martedì 25 marzo 2014

Uomini da Evitare come il Botox (Parte IV)



I Gestori delle Risorse Umane

Gestire efficacemente le risorse umane è un compito molto difficile.
Le risorse umane, in un'azienda, sono un capitale preziosissimo da valorizzare quanto più possibile. Un solo errore di valutazione e tutti gli sforzi tesi a raggiungere un dato obiettivo possono essere vanificati in un soffio.
Reclutare nuovi dipendenti e inserirli nello schema aziendale nel migliore dei modi è di fondamentale importanza. Chiunque lavori in una società con questo ruolo ne è consapevole.

Ma se trasliamo questo schema dall'ambiente lavorativo alla vita privata, cosa accade? 

La maggior parte delle volte, un disastro.
Prendiamo un XY medio: convivente, sposato, separato in casa... (che orrore) che voglia gestire un panel di risorse umane al di fuori del legame ufficiale. 
(Prima di gridare allo scandalo, chiariamo che anche le XX in situazioni analoghe hanno i loro metodi e non sono delle SanteMarieGoretti. Però di solito sono più furbe)

Orbene, un uomo decide di allacciare una liaison dangereuse con una signora/signorina incontrata, poniamo, al bar sotto l'ufficio.
Per raggiungere il suo scopo metterà in campo le strategie di reclutamento utilizzate per attrarre le risorse umane di cui sopra: qualità individuali se le possiede, oppure il capitolo 1 del Manuale ereditato dagli avi maschi della famiglia: Promesse & Gratifiche.
In un tempo ragionevole le risorse umane vanno formate e poi valutate, per decidere l'inserimento. (Astenersi battute da caserma)
Una volta piazzata la risorsa, l'XY ha due possibilità: concentrarsi su di lei per un tempo enne e poi farne (dolorosamente s'intende!) a meno, oppure mettersi a frequentare un altro bar più distante dall'ufficio (magari fuori città) e ricominciare daccapo con l'iter.
(Ripetere ad libitum)
È a questo punto che il Gestore deve dimostrare di che stoffa è fatto. 
La giornata è di sole 24 ore e tolto il tempo impiegato in attività imprescindibili, il minutaggio per ogni risorsa va attentamente valutato e ridisegnato in continuazione.

Un Gestore esperto sa che una lite furibonda può liberare spazi di ore o giorni ma deve valutare attentamente gli effetti collaterali in materia di lagne e piagnistei che, notoriamente, fanno perdere un sacco di tempo durante e dopo. Difatti questo escamotage viene solitamente utilizzato come strategia di mobbing, per spingere la risorsa ad abbandonare la postazione. 
Ma la fatica non finisce qui.

Agli albori del XXI secolo infatti, le trappole per il nostro vigoroso (si spera) seduttore sono insidiosissime.   
Una su tutte, la più micidiale, indiscreta, letale delle spie: Whatsapp.
Whatsapp è l'incubo del fedifrago. Neppure una suocera malevola riuscirebbe a tracciare la vita di un uomo con altrettanta esecranda precisione. Provate a raccontare che vi siete addormentati di schianto alle 22.30 quando l'ultima visualizzazione dice 01.37 o, peggio, un monitoraggio a singhiozzo rivela ripetuti ingressi...
Solo chi ha l'accortezza di acquistare un iPhone di ultima generazione può nascondere l'ora dell'ultimo accesso o il fatto di essere online ma se lo fa, un coro (sic!) di proteste lo investe come un treno in corsa.
«Hai forse qualcosa da nascondere?» 
«Ma no, che dici? Se avessi qualcosa da nascondere userei gli sms, no?»
Regola numero 1: se dovete nascondere qualcosa mettetela in bella vista.
Regola numero 2: se si è notoriamente intelligenti e si commette un errore stupido di solito si riesce a sfangarla ribaltando la questione sull'interlocutrice.
«Non penserai che sia così stupido da fare una sciocchezza del genere se dovessi nasconderti qualcosa»
Nella vita privata le risorse umane vogliono sentirsi dire delle cose: Promesse & Bugie preferibilmente.

La seconda trappola mortale è la chat di Facebook.
Se è vero che lì le risorse umane sono sovrabbondanti, è altrettanto vero che una presenza costante online (soprattutto in caso di panel di una certa consistenza) pone dei problemi di gestione non banali.
Sbagliare la videata nella fretta di rispondere è un attimo... E in quel caso il Gestore deve essere un mezzo genio per non soccombere all'uragano.
Le amicizie di Facebook sono un indice pericoloso e possono, di indizio in indizio, condurre eventuali indagini a conclusioni folgoranti.

A ciò si aggiungano le questioni inerenti memoria, logistica, vigoria fisica, capacità di resistere a interrogatori subdoli e sfortunate coincidenze di eventi. 
Senza contare le giornate drammatiche come Natale, le vacanze e le feste comandate.
Ho assistito a scene al limite della fantascienza da parte di Gestori oberati di risorse... 

In una società, sbagliare nella valutazione delle risorse umane e spingerle a licenziarsi equivale a bruciarsi la carriera e a rovinarsi il curriculum per sempre.

Nella vita, gli XY incapaci di gestire con sobria eleganza situazioni pericolose di rado pagano i propri errori. Semplicemente si comportano come i virus, che dopo avere devastato un habitat, si spostano su terreni più favorevoli.


(Sono consapevole che questo post mi attirerà una reprimenda da parte del mio commercialista...)






lunedì 17 marzo 2014

Lei

Joachim Phoenix

Per il suo lavoro di doppiaggio, alla versione italiana del film «Her», Micaela Ramazzotti meriterebbe di essere appesa in pubblico per i pollici, a fianco di Pier Francesco Favino: lo scempio compiuto dall'attore sul personaggio di Lincoln nella pellicola omonima è, infatti, qualcosa che ancora grida vendetta.

Perlomeno vorrei capire da quando una voce da ragazzetta petulante, afflitta dal raddoppiamento sintattico, venga ritenuta adatta a restituire un personaggio che non ha altri mezzi espressivi a sua disposizione e che non agisce a Benevento, bensì a Los Angeles.

Il regista Spike Jonze indaga l'incapacità a rapportarsi con gli altri esseri umani e costruisce una storia, ambientata in un futuro prossimo, nel quale uomini e computer interagiscono sentimentalmente. 

Joachim Phoenix è Theodore, un uomo solitario che non vuole affrontare il divorzio chiesto dalla moglie, una non troppo simpatica Rooney Mara.
L'occhialuto e baffuto Phoenix, a cui Jonze ha smorzato la fisionomia di quello eternamente disturbato, ha uno strano lavoro empatico che consiste nello scrivere lettere personali per conto di terze persone, cosa che egli fa con una certa passione.


Un giorno Theodore acquista un sistema operativo frutto di un'intelligenza artificiale in grado di evolversi.
Messo davanti alla scelta tra rapportarsi con una voce maschile o con una femminile, l'uomo opta per la seconda.
Entra così nella sua vita Lei: «Samantha».

Per due ore Jonze ci porta a spasso in una storia d'amore surreale e sorprendentemente simile alle relazioni amorose tra persone vere. 
Fra Theodore e Samantha vediamo scorrere attrazione, gelosia, passione, conflitti. Ma c'è una sotterranea sensazione di disagio in tutto ciò.
I personaggi reali coinvolti nella storia, (su tutte Amy Adams nella parte di Amy, una vecchia amica di Theodore), appaiono sbiaditi se paragonati alla brillante incorporea protagonista. Quale donna in carne e ossa potrebbe mai reggere il confronto? 

Eppure Samantha soffre nel non avere una dimensione fisica e così spinge il suo amante umano ad avere un rapporto sessuale con una sconosciuta ragazza che possa fare da tramite.
L'insolito ménage a trois si rivela fallimentare e la liaison al silicio mostra le prime crepe, fino al prevedibile epilogo.

Il talentuoso Joachim Phoenix ha dalla sua una faccia inquietante, che in film come «Il Gladiatore» o  «The Master» risultava efficace. Nella parte di un single depresso che vive in un bellissimo appartamento deserto e molto sospira durante la notte, è un po' sprecato.

Da un'idea interessante, il regista ricava un film che non convince.
Mostrare le conseguenze della fine di un matrimonio attraverso esperienze grottesche veniva meglio a Ingmar Bergman.
Raccontare il futuro tra uomo e macchine dopo Ridley Scott e il suo «Blade Runner» è molto difficile.

«Lei» è stucchevole e il doppiaggio di Samantha (oltraggioso) lo avvicina al confine tra fastidio e tedio.

Nella versione originale è Scarlett Johansson a prestare la propria voce a Lei. Non ho ancora avuto occasione di ascoltarla, ma lo farò presto, non fosse che per rendere giustizia alla scelta registica. 



12 Anni Schiavo


Michael Fassbender e Chiwetel Eijofor

Saratoga, Stato di New York, 1841.

Solomon Northup è un violinista di talento, ha una moglie e due figli che lo amano.
Conduce una vita tranquilla, circondato dalla stima dei suoi concittadini.
Solomon è un uomo di colore nato libero.
Un giorno qualunque di primavera, mentre passeggia in un parco, il destino si abbatte su di lui con ferocia e l'uomo si ritrova spogliato della propria identità, incatenato e venduto al mercato degli schiavi.

Per 12 dolorosi, interminabili anni, Solomon vivrà prigioniero nelle piantagioni della Louisiana, alla mercé dei bianchi, ceduto di volta in volta ad un nuovo padrone come un attrezzo agricolo o una bestia da soma. 
Determinato a sopravvivere a qualunque costo e a riprendersi la propria vita, Solomon affronterà il dolore fisico, l'umiliazione, la perdita della dignità.
Fino a che un giorno qualunque, un incontro casuale gli restituirà il futuro. 

Il regista inglese Steve McQueen ha realizzato un film duro, con sequenze crudeli.
Ha preso una vicenda realmente accaduta, tratta dalla pagina più buia della storia americana e l'ha raccontata senza mezzi termini.
Se una certa retorica appare in controluce, nulla toglie alla potenza della vicenda.

La parte del protagonista è stata affidata a Chiwetel Eijofor, un attore britannico capace di passare con efficacia dal dramma alla commedia e già apprezzato in pellicole come «Amistad» «Kinky Boots» e «Love, actually».
La sua interpretazione di Solomon è intensa e molto fisica, fatta di primi piani e muti sguardi.
Nella metamorfosi da uomo libero a oggetto di scambio per il pagamento di un debito, Solomon piega il proprio orgoglio alla decisione di non morire.
Se il Django di Tarantino era un fiero combattente che spezzava le catene alla prima occasione, il musicista umiliato di McQueen coltiva nel silenzio una speranza incrollabile per 12 anni, fino al giorno del riscatto.
Michael Fassbender, nella parte dello schiavista Edwin Epps, ci regala un'altra interpretazione di uomo profondamente disturbato e lo fa con rara efficacia.
Bigotto e crudele al limite del sadismo, con una luce di follia negli occhi chiari, Fassbender si accanisce sui suoi schiavi per lenire i propri demoni interiori.
Ed è la piccola Patsey la sua vittima prediletta: la giovanissima e bella schiava che Epps violenta ogni notte senza che nessuno possa opporgli resistenza.
Lupita Nyong'o, vincitrice di un Oscar più che meritato, ci restituisce tutto il dolore e l'impotenza di una bambina che, per essersi procurata un pezzo di sapone che le permetta di lavarsi, viene legata a un palo e frustata con ferocia, fin quasi a morirne.
Nel cast anche Benedict Cumberbatch nella parte di William Ford, il primo padrone che compra Solomon dal cinico mercante di schiavi Paul Giamatti.

Brad Pitt, produttore del film, ha voluto per sé la parte del deus ex machina; nel ruolo dell'abolizionista canadese Samuel Bass, Pitt rintraccerà la famiglia di Solomon e lo riporterà a casa.

Solomon Northup fece sentire la propria voce e, una volta tornato libero, si batté (inutilmente) per ottenere giustizia.
La sua storia è giunta fino a noi.
Del destino di Patsey invece, nulla sappiamo... 

domenica 9 febbraio 2014

Tutta colpa di Freud

Claudia Gerini, Marco Giallini

Partiamo da un presupposto: io non amo il cinema italiano contemporaneo quando si esprime in forma di commedia.
Solitamente non gode della leggerezza e dell'eleganza della comédie francese, dello humour al vetriolo della commedia inglese o delle atmosfere inconfondibili della sophisticated comedy americana.
Ma, a volte, uscire dai propri schemi mentali può riservare delle sorprese.

«Tutta colpa di Freud», l'ultima fatica di Paolo Genovese (autore anche della sceneggiatura) è una pellicola che si segue con piacere e che strappa più di una risata.

Lo spinoso tema del rapporto tra psicanalista e paziente è trattato da un'angolazione imprevista.
Francesco (Marco Giallini) è uno psicoterapeuta cinquantenne che ha tre figlie: Marta, interpretata da Vittoria Puccini, Sara (Anna Foglietta) e Emma (la giovane Laura Adriani). 

Più strampalate e immature di così le fanciulle non potrebbero essere e ognuna incarna una precisa nevrosi, ben riconoscibile da chiunque si sia steso almeno una volta sul divano di un analista freudiano. 
Le sorelle, giovani e belle, si servono a piene mani dell'esperienza paterna per avere consigli in tema di rapporti sentimentali, sottoponendo il pover'uomo a un fuoco di fila di situazioni difficili da gestire.

Fidanzati cinquantenni che fanno inorridire il genitore, misteriose affascinanti signore a spasso col cane, fidanzate lesbiche e poco coraggiose, ladri sordomuti di libretti d'opera, uomini qualunque (leggi infrequentabili) popolano l'universo delle tre ragazze per due ore di carrellata sul mondo dei rapporti d'amore all'alba del XXIº secolo.

L'affresco che ne esce non è dei più confortanti. Spassosa e spaventosa ad un tempo la sequenza nella quale Francesco riunisce le figlie e poi illustra le tipologie XY. Risultato: gli uomini degni di essere frequentati sono il 5% del totale. Buona fortuna... Neanche Sibylle è mai stata così pessimista.

Il punto di forza del film sono sicuramente gli attori, tutti disinvoltamente calati nei rispettivi ruoli. 

Claudia Gerini e Alessandro Gassman, nella parte dei coniugi annoiati, sono tristemente simili a chiunque si possa incontrare per la via.
Marco Giallini ha, tra le altre cose, una voce bellissima e Anna Foglietta ha una recitazione molto fisica, di stampo quasi americano. 

Menzione speciale per Vinicio Marchioni: ricoprire degnamente una parte priva di dialoghi, affidandosi semplicemente allo sguardo e alla mimica non è impresa per tutti. Lui ci riesce piuttosto bene e nell'ultima sequenza, in un teatro magicamente vuoto, riesce a commuovere nella forma e nella sostanza.

Non avendo visto altri film diretti dallo stesso regista, non sono in grado di giudicare il suo lavoro inserendolo in un quadro più ampio.

Certi tempi comici potrebbero migliorare e forse qualcosa si poteva tagliare, ma nel panorama odierno di noia e inutilità, questo piccolo film, che fa pensare e sorridere, non è da sottovalutare.
Certo, non sorprende, non spiazza, non ribalta chissà quale teorema.
Ma non stiamo parlando di un qualche ponderoso capolavoro.

Last but not least, la colonna sonora, un mix di standard jazz, opera e brani moderni, è veramente degna di nota. 

L'amore è difficile, l'amore è sfuggente, l'amore è una faccenda pericolosa. 
Lo diceva Omero, lo diceva Shakespeare, lo ripeteva Jane Austen, lo hanno reiteratamente detto, scritto, recitato tutti quanti.

L'amore ti frega. Sempre.

E mettiamoci il cuore in pace. 

P.S. Se avete difficoltà a dire "ti amo"... provate ad adottare un cocker. 


sabato 25 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street

Leonardo DiCaprio



«Vendimi questa penna»
Jordan Belfort


La pluripremiata ditta Martin Scorsese & Leonardo DiCaprio getta uno sguardo sull'abisso dell'avidità oltre ogni redenzione.

«The Wolf of Wall Street» è un viaggio psichedelico nella natura perversa del potere, del denaro quando è troppo, del sesso quando è compulsivo (quindi fatto male), della droga quando ti chiedi come si faccia ad assumerne tanta.

Jordan Belfort è un giovane uomo che sbarca a Wall Street alla fine degli anni '80, determinato a sfondare nel mondo dell'alta finanza.
Spregiudicato e intelligente, divenuto broker, riuscirà a creare dal nulla una società multimilionaria vendendo titoli spazzatura ad ingenui piccoli investitori.
Diventerà favolosamente ricco e dipendente da sesso, droga e psicofarmaci, in una escalation paragonabile a un'onda anomala. Onda che lo sommergerà senza ucciderlo, perché certe persone sono inaffondabili. 

Leonardo DiCaprio ci offre un'altra magistrale prova d'attore; debordante, sopra le righe, isterica. Convincente, in una parola. 
Eppure, io non riesco a fare il tifo per lui...
Non lo faccio neppure per l'agente dell'FBI che riesce ad incastrarlo, però. 
Lontano dal sembrare un paladino della legge, Patrick Denham (interpretato da Kyle Chandler) ingenera il forte sospetto di essere un giustiziere, con il dente avvelenato per motivi personali.

Il resto del cast è di ottimo livello, con una menzione speciale per il cameo di Matthew McConaughey, assolutamente spassoso.
Jonah Hill è una spalla formidabile per il protagonista, Margot Robbie nel ruolo della seconda moglie è visivamente splendida e sexy e attorialmente efficace.
Jean Dujardin ha la perfetta faccia da schiaffi del banchiere svizzero.
Il montaggio è di alto profilo.
La colonna sonora è in certi punti sorprendente.
La macchina è perfettamente oliata, eppure...

Come ha acutamente osservato lo spettatore seduto alla mia sinistra «Stiamo ridendo delle nostre disgrazie»
Eccolo lì, il motivo sotterraneo del fastidio procuratomi dalla visione del film. 
La pellicola irride lo spettatore, ricordandogli che sta provando empatia per una categoria di individui che hanno portato la società del XXIº secolo allo sfacelo.
La profonda crisi economica che ha impoverito milioni di persone si è generata in quelle stanze, piene di uomini senza scrupoli.

Belfort non è un personaggio di fantasia come il Gordon Gekko di «Wall Street», lui ha veramente cercato di fottere il mondo (noi cioè) in ogni modo possibile.
Chiaro che la rappresentazione del Male non è il Male, quindi Scorsese non è moralmente responsabile di un bel nulla, nondimeno questa è una storia che brucia, se solo si smette di guardare al lato divertente della vita del protagonista.

Le riprese, volutamente affastellate e ridondanti, mettono lo spettatore in uno stato di stupore ipnotico, trascinandolo in mezzo a nani volanti, prostitute assortite, brokers assatanati e strafatti.
Il regista insiste volutamente sulla dimensione parossistica per 180 minuti. Troppi.

Come da tradizione Belfort cadrà nel fango, ma solo per ricominciare, perché la sete è inestinguibile, in quelli come lui. Non importa chi sarà a pagare il conto. 

Oliver Stone, nel 1987, quando tutti credevamo che la festa non sarebbe mai finita, faceva dire a Gordon Gekko: «L'avidità, non trovo una parola migliore, è giusta.»

Martin Scorsese ci ripropone il medesimo concetto 25 anni dopo, in un mondo dove la festa non può ricominciare.

La domanda è: lo abbiamo capito davvero? 

martedì 10 dicembre 2013

Blue Jasmine

Cate Blanchette


Una donna in fuga da se stessa e da una vita finita in pezzi.
Il disperato tentativo di ricominciare senza reti di protezione.
Una sorellastra che più diversa di così non potrebbe essere.
Un guardaroba tra Hermès e Chanel, unico possibile salvacondotto per il futuro.

Woody Allen ci accompagna tra nevrosi e depressioni da decenni, ma il suo viaggio è sempre stato lieve, come se lo spleen fosse un sofisticato modo di sentire, molto adatto ai newyorchesi e agli intellettuali della sinistra chic.
Nelle sue pellicole, che lui vi apparisse o no, il personaggio border line aveva sempre qualcosa di fatuo.
Ma Jasmine French è tutto fuorché una donna fatua; in lei la tragedia si respira fin dal primo fotogramma, in quella cabina di prima classe che la porterà da New York a San Francisco, in un viaggio di sola andata. Come con Caronte, verrebbe da dire. 

Spogliata della corazza che il denaro le ha sempre garantito, vittima dell'alcol e degli psicofarmaci, in balìa di ricordi troppo dolorosi per essere condivisi, Jasmine è completamente sola e altro non può fare se non cercare rifugio dalla sorellastra.

Qui, catapultata in una vita mediocre, avvicinata da personaggi che mai avrebbe pensato di trovarsi a frequentare, costretta a guadagnarsi da vivere, Jasmine ha lo sguardo dell'animale braccato.
Come in un flusso di coscienza la donna ci informa del suo passato, degli errori commessi, della vita scintillante e fasulla condotta per anni e anni. Sarebbe un personaggio antipatico se dietro non si percepissero un vuoto incolmabile e un terrore senza rimedio.
Perfino Blue Moon, la canzone che le aveva fatto incontrare il marito, suona qui come un'orazione funebre.

Cate Blanchett ci regala una interpretazione colossale e mette una seria ipoteca a un Oscar come attrice protagonista (e sarebbe anche ora che lo portasse a casa).
Il viaggio senza ritorno nella follia e nell'espiazione è reso con una forza d'urto impressionante.
Bellissima e algida come certe muse di Hitchcock a New York, isterica e fuori controllo come certi personaggi di Lars von Trier a San Francisco: le due anime della stessa donna destinate alla perdizione.

Tutto il cast è di ottimo livello ma Blanchett cattura intera l'attenzione dello spettatore. 

Allen ha creato il suo personaggio femminile più complesso e sfaccettato, facendo di Jasmine la metafora della società contemporanea, fondata sull'apparenza e sullo strapotere del denaro e ormai avviata verso la distruzione.
La splendida colonna sonora, il jazz così amato dal regista, è quasi irridente.
La riflessione sulla colpa e sul castigo, un tema caro al cineasta da molti anni, è qui indagato senza un sorriso, quasi senza l'ironia che sempre serpeggia, anche nei momenti più bui, nelle sue pellicole.
L'età che avanza sta scavando pensieri più cupi? O New York gli appare più crudele di quanto non facesse prima? 

Scopriremo che è la stessa Jasmine l'artefice della propria caduta, preda di una furia distruttrice che tutto arde e consuma.

Una tragedia greca, appunto.
C'è un particolare che dice tutto di questa donna: nelle sequenze girate a San Francisco non si separa mai dalla propria Kelly, uno status symbol imbracciato come un patetico scudo contro la crudeltà del suo presente.
Solo nell'ultima scena se ne dimenticherà, quando ormai perduta nelle nebbie di un futuro inaffrontabile, ci offrirà un primo piano difficile da dimenticare. 






lunedì 2 dicembre 2013

Venere in Pelliccia


Roman Polanski, Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric



«E l'Onnipotente lo colpì
E lo consegnò nelle mani di una donna»


Un uomo, una donna, un teatro vuoto, un libro dentro un testo teatrale dentro un film.
Sono questi gli scarni elementi sui quali Roman Polanski costruisce la sua storia.
E il risultato è straordinario.

Mathieu Amalric è Thomas, un regista in cerca di un'attrice alla quale affidare un ruolo difficile.
Emmanuelle Seigner è Vanda, una dea sotto mentite spoglie.

Chiusi per 89 minuti in un teatro polveroso, tra scenografie dismesse e il rumore di un temporale, i due personaggi giocano una partita a scacchi nella quale non può essere richiesta la patta.

Thomas e Vanda: la creazione artistica, il complesso rapporto tra chi dirige un lavoro teatrale e chi deve dare corpo e voce a un personaggio si intrecciano alle figure di Severin e Wanda, i protagonisti del romanzo di Leopold Von Sacher-Masoch da cui il film, passando per una pièce teatrale di David Ives, proviene.

Come in un gioco di specchi nel quale continuamente la verità diviene finzione, Thomas e Vanda si muovono su un terreno prima ingannevolmente semplice e poi via via più cedevole, più ambiguo, più pericoloso.
Sono l'oscura palude del desiderio e delle sue implicazioni, la tentazione di annullamento nell'altro, la pulsione alla morte e al suo contrario; molti i livelli di lettura e alcuni disagevoli per lo spettatore.
La metamorfosi di Vanda, sboccata figlia delle periferie parigine è travolgente non solo per il regista che le sta davanti ma anche e soprattutto per il pubblico in sala.
La Dea che si svela come Salome e a poco a poco sorge in tutto il suo splendore è la catartica punizione della mascolinità esibita e per questo periclitante.
Ma chi è padrone di chi? Siamo davvero in grado di dominare i nostri impulsi, o ne veniamo soggiogati, trascinando con noi le nostre vittime in una caduta senza riparo?
Cosa succede all'Eros se per un momento sciogliamo i lacci della rispettabilità?
Dove conduce la brama di conoscenza?


La Seigner offre la prova migliore della sua carriera, quasi oscurando il pur bravissimo partner (un perfetto doppio di Polanski).
Matura e bella di una bellezza senza filtri, la sensuale protagonista di Frantic è qui una donna dallo sguardo spesso e fumoso, dalle forme generose, dall'appeal irresistibile.
Per 89 minuti tiene la scena senza un cedimento, in precario equilibrio tra lussuria e ironia.

Mathieu Amalric si conferma uno dei grandi attori del cinema francese.
Privo di enfasi, attento al gesto, eppure intenso e perfettamente calato nel ruolo dell'uomo denudato nel profondo.
Antipatico all'aprirsi del sipario, quando giudica Vanda basandosi sull'involucro e poi via via più sincero, più arreso alla scoperta e come ansioso di saperne di più su se stesso e la sua anima.

La regia è così perfetta che non si vede. Era dai tempi de «Il Pianista» che Polanski non realizzava qualcosa di altrettanto riuscito.
Con un budget risicato e una location fissa Polanski emoziona e fa pensare.
È chiaramente un atto d'amore verso la moglie, un regalo all'attrice, un omaggio al femminile.
Farebbe incetta di premi se non lo avesse diretto lui, se non fosse un personaggio discutibile e a molti inviso.
Ma dopo l'Oscar a Tarantino, forse non tutto è perduto.

«Venere in pelliccia» il testo originario, scandaloso romanzo che rimanda alla verità, è un viaggio nell'inconscio collettivo.
Sacher-Masoch, in forme disparate e in dosi difformi è dentro ognuno di noi.
Spesso è irriconoscibile, paludato dalla nostra coscienza castrante, zittito dal pensiero razionale, mortificato (sic!) dal quotidiano.

Ma c'è, respira, e appena può, ci parla.




sabato 2 novembre 2013

JFK e il Sogno Infranto di Camelot



«Tu dov'eri quando hanno sparato a Kennedy?»

Dallas, venerdì 22 novembre 1963

Alle 12.30 tre colpi di arma da fuoco spezzano per sempre la visione di un condottiero e John Fitzgerald Kennedy muore assassinato, dopo appena due anni e mezzo di presidenza. 

Le immagini di Jackie che si arrampica sul cofano dell'automobile presidenziale nel tentativo di recuperare un pezzo di calotta cranica del marito, sconvolgono l'America.
La vedova del Presidente che scende dall'Air Force One indossando il tailleur macchiato di sangue che non ha voluto sostituire perché «il mondo deve vedere che cosa hanno fatto a Jack», dice tutto.
Il piccolo John jr. che, durante il funerale, lascia la mano della madre e saluta militarmente il feretro del padre, è il frame che racchiude la tragedia di una famiglia e il lutto di una Nazione. 

JFK, pur con tutte le ombre del suo operato, sembrava l'uomo capace di guidare il mondo libero verso un futuro di prosperità e di pace.

La Guerra Fredda, la minaccia di un conflitto nucleare a Cuba, il disastroso intervento in Vietnam, la crisi della Baia dei Porci, l'aperta ostilità dell'FBI nella persona di Edgar J. Hoover, Khruscev, Castro... nulla era riuscito a fermare quest'uomo giovane e instancabile. 
Kennedy e la sua Nuova Frontiera rappresentavano la pulsione al futuro, alla ricerca scientifica, alla pacifica convivenza fra i popoli: che questo dovesse necessariamente passare attraverso la supremazia degli Stati Uniti sull'Unione Sovietica e i Paesi del blocco orientale era cosa accettata e da molti ritenuta necessaria. 

Nel suo discorso di insediamento e nelle successive apparizioni, Kennedy pronunciò frasi che a distanza di cinquant'anni dalla sua morte riecheggiano ancora, attuali come non mai.
I diritti civili furono uno dei punti di forza del suo programma e l'integrazione dei neri fu un tema sul quale si scontrò duramente con l'ala conservatrice del Congresso. 
Insieme alla Gran Bretagna riuscì a impedire la proliferazione dei test nucleari e pose le basi per un parziale disarmo.
Creò quei corpi di pace che ancora operano nei Paesi in via di sviluppo (forse non proprio come lui avrebbe immaginato).

Malgrado soffrisse di atroci dolori alla schiena a causa dell'osteoporosi e delle ferite riportate durante le sue missioni nella guerra del Pacifico, Kennedy lavorò incessantemente per tutta la durata del suo breve mandato, spesso facendosi affiancare dal medico personale durante le riunioni di gabinetto e tenendo nascoste al mondo le sue vere condizioni di salute.
Insieme al fratello Robert, che nel 1968 cadrà come lui sotto i colpi di un killer mai identificato con certezza, JFK lascerà un'eredità importantissima di entusiasmo e determinazione. 

Ebbe a disposizione troppo poco tempo e non sappiamo quanto del suo programma politico avrebbe realizzato in quattro o magari otto anni di presidenza. 
Il muro di Berlino sarebbe caduto prima se lui avesse continuato ad affermare con forza «Ich bin ein Berliner»?
Il conflitto israelo-palestinese avrebbe preso un'altra piega? 
La polveriera che è diventata il Medio Oriente sarebbe stata disinnescata? 
L'America Latina avrebbe avuto maggiori chances di sviluppo?


Kennedy ha influenzato il pensiero di moltissimi uomini politici, in patria e fuori, fino ai giorni nostri.

Con il suo lavoro quest'uomo ha incoraggiato le minoranze a far sentire la loro voce; ha ispirato coloro che si battevano per un mondo più giusto e meno votato all'autodistruzione.

Aveva carisma da vendere e come molti grandi uomini aveva anche grandi debolezze... ma era un combattente nato, pluridecorato per atti di eroismo durante la Seconda Guerra Mondiale e non era tipo da mollare il prossimo al suo destino. 
In questo mondo di politici assetati di potere e disinteressati al bene comune, avremmo avuto bisogno di lui per molto più tempo...

Negli ultimi cinquant'anni, soltanto un altro avvenimento ha spinto le persone a chiedersi reciprocamente per anni: «Quel giorno, tu dov'eri?»

Quel giorno è l'11 settembre 2001.







domenica 20 ottobre 2013

Giovani Ribelli - Kill your darlings

Ben Foster, Daniel Radcliffe, Dane DeHaan


1943 - 1945. Mentre le truppe americane sono in Europa a combattere Hitler, in patria ci si prepara a conquistare il mondo con le armi della conoscenza.

Nelle aule della prestigiosa Columbia University di New York tre giovani si incontrano e si riconoscono: si chiamano Allen Ginsberg, Jack Kerouac e William  Burroughs.
Insieme scriveranno un'ampia pagina della storia della letteratura americana del XXº secolo.
Raccontare un periodo così sfuggente e anarchico è impresa che richiede una certa dose di incoscienza.
E John Krokidas è un emergente un po' incosciente.
Nessun cineasta esperto avrebbe infatti scelto Daniel Radcliffe per il ruolo di Ginsberg:  capisco che il fantasma di Harry Potter sia un'entità difficile da scrollarsi di dosso ma il giovane ex mago non è pronto per dare spessore a un poeta omosessuale e tossicodipendente, padre fondatore della Beat Generation insieme ad altri due visionari un po' disadattati.
Radcliffe è goffo, timido, legnoso e nelle sequenze movimentate ci si aspetta che tiri fuori la bacchetta magica e urli «Stupeficium!»
La sua iniziazione al sesso, lungi dall'essere un'esperienza passionale o quantomeno catartica, diventa lo specchio della drammatica fine di un'altra relazione.
Inemendabile come le sue lacrime di glicerina.

Jack Huston è lo sfuggente Kerouac. L'autore di «On the road» lo avremmo voluto più bastardo, più irrequieto di quanto non appaia qui, dove si intenerisce come una pulzella quando un frustrato David Kammerer (interpretato da un lamentoso Michael C. Hall) tenta di assassinargli il gatto.
Essere il nipote di John Huston non basta per riempire lo schermo.

Burroughs ha le sembianze di Ben Foster e neppure lui trasuda anticonformismo e zolfo. Beve, fuma, si droga con qualunque cosa somigli a una droga ma manca di convinzione, non sembra avere veramente bisogno di fare quello che fa. 

Discorso diverso per l'unico non scrittore del gruppo: Lucien Carr.
Carr non è mai diventato un romanziere ma è stato colui che ha innescato la miccia.
Bello, manipolatore, fragile e crudele: l'attore Dane DeHaan ci restituisce un ragazzo perso e perdente, sofferente e ammaliatore.
Tutti i personaggi in qualche modo ne dipendono, se ne innamorano, si lasciano usare da lui.
Carr è l'amante sazio di David, che invece lo perseguita. La relazione consunta sfocerà in tragedia, trasformando il gruppo di ragazzi in adulti con l'amaro in bocca.

Krokidas perde l'occasione di fare un film duro e puro e si limita a illustrare con una fotografia perfettina e una regia banale e patinata un momento che patinato non era.
L'idea di rendere le donne figure di contorno e quasi di disturbo a questo mondo che è maschile senza essere maschio è buona, ma non viene sviluppata.
Molti aspetti dei personaggi reali vengono ignorati e la nascita di uno dei movimenti artistici più significativi del secolo breve si perde nel conformismo. 
Peccato... ma la rivoluzione esistenziale non può essere mostrata con le stesse luci che si userebbero per un film di James Ivory.

Nota di merito per la colonna sonora: accanto al bellissimo swing degli anni quaranta, il leit motiv della follia di Lucien (oltre che della madre di Ginsberg) è inaspettatamente affidato alle prime battute del terzo movimento della Sinfonia n.3 in Fa maggiore  di Johannes Brahms. 


domenica 21 luglio 2013

Riccardo III

Paolo Lorimer e Massimo Ranieri

Massimo Ranieri sta a Shakespeare come Eduardo sta a Somerset Maugham.

O almeno, questa è l'impressione che ho avuto dopo avere assistito ieri sera al suo Riccardo III.

L'Estate Teatrale Veronese è un'istituzione antica e prestigiosa che, nei suoi 75 anni di attività, ha ospitato, nella sognante cornice del Teatro Romano, artisti da tutto il mondo e ha proposto spettacoli di prosa e danza di altissimo livello. 

In questa gloriosa tradizione si inserisce Massimo Ranieri, che interpreta e dirige il dramma di William Shakespeare tradotto e adattato da Masolino d'Amico e accompagnato da musiche composte per l'occasione da Ennio Morricone. 
Sulla carta, un'operazione molto interessante: nei risultati, un po' meno. 

La delusione peggiore viene proprio dal protagonista. Ranieri entra in scena e attacca uno degli incipit più famosi della storia del teatro ma lo fa con una legnosità e una mancanza di rispetto per la prosodia che sono indegni di un attore di lungo corso. 
Per almeno dieci interminabili minuti non riuscirà a fare proprio il ritmo della frase e, per tutta la durata dello spettacolo, prenderà delle papere mastodontiche, spesso mancando di dominare la esse blesa. 
Il malvagio Riccardo, ubriaco di sangue, nella lettura di Ranieri si agita troppo e troppo mulina le braccia camminando avanti e indietro senza meta, nel tentativo di rendere truculenta una personalità già così efferata da non necessitare molto di più di quanto il Bardo suggerisca nel testo.
Capisco che non siano più i tempi di Olivier e Gielgud ma la concitazione non è efficace quanto la verità dell'accento e, quella, Ranieri l'ha mancata quasi del tutto.
Il suo Plantageneto sembra nato in casa Cupiello, anche perché nel corso della serata la cadenza partenopea sfuggirà al suo controllo in più di un'occasione. 
A sua parziale discolpa va detto che la produzione è al debutto e sappiamo come in Italia non si riesca più ad avere un periodo di prove adeguato al testo da rappresentare. Non mi stupirebbe scoprire che lo spettacolo è stato montato in tempi record.

L'altra brutta sorpresa arriva dalla parte musicale.

Chiamare Sinfonia per Riccardo III un pezzo che ricorda da molto vicino le percussioni degli Stomp (e null'altro) mi sembra eccessivo da parte di uno dei più acclamati compositori di colonne sonore al mondo. I frammenti musicali fanno da raccordo nei cambi scena e il pensiero corre all'idea della Promenade di Quadri da un'esposizione di Musorgskij. Non aggiungo altro perché sono da sempre una grande ammiratrice del Maestro Morricone.

La parte visiva invece è molto efficace. Ranieri ha affidato le scene a Lorenzo Cutuli che ha  pensato a una reggia completamente nera, composta da un semplice cilindro che ruota su se stesso e si schiude ogni volta su un ambiente diverso. Illuminato da luci bianchissime, il palco offre una cornice cupa e claustrofobica ai personaggi maschili in smoking, come a quelli femminili avvolti nei bellissimi costumi di velluto e seta cangiante, ispirati agli anni '50, di Nanà Cecchi.

Dell'intera compagnia, solo due attori regalano momenti di autentico teatro.
Paolo Lorimer è un duca di Buckingham davvero calato nel ruolo. Perfetta dizione, presenza scenica, piglio misurato, accento convincente. Il complice tradito dal malvagio re ci sta davanti in tutta la sua miseria. Lorimer ha studiato recitazione negli Stati Uniti prima e con Vittorio Gassman poi. Si vede e si sente. 
Margherita Di Rauso interpreta Margherita, la regina vedova di Enrico VI e nello sguardo allucinato della donna che ha perso corona, consorte e fortuna per un attimo ho ravvisato la folgore di Bette Davis, grazie anche a una certa somiglianza fisica. Nella scena in cui, completamente ubriaca, urla il suo dolore davanti a una Lady Anna spezzata e a una duchessa di York annichilita, Margherita è il perfetto esempio di come un'emozione possa essere trasmessa con forza dirompente senza cadere nel gigionesco. 

Ultima nota di demerito, che è quasi un gossip.
Il breve ruolo di re Edoardo IV è stato affidato a Roberto Vandelli.
Non so di chi sia stata la brillante idea di farlo recitare con lo stesso tono di voce usato da Marlon Brando ne Il Padrino, ma posso dire che il risultato è inopinatamente comico.

Don Vito Corleone seduto sul trono d'Inghilterra è uno scherzo che Massimo Ranieri, artista di chiara fama ammirato in altri contesti, si poteva e ci poteva risparmiare.









  

domenica 16 giugno 2013

La Grande Bellezza

Toni Servillo


Roma sopravvive a se stessa da migliaia di anni, portandosi in giro esausti simulacri e glorie in disfacimento. Fin dall'antichità i suoi rutilanti baccanali hanno attirato da ogni parte del mondo falene impazienti e cavallette voraci. Roma l'imperiale, la barocca, la papalina, la meretrice crudele. Roma, a cui pochi possono resistere.

C'è questo e molto altro nell'ultimo film di Paolo Sorrentino La Grande Bellezza.

Attraverso la voce di Jep Gambardella, lo scrittore di un solo libro, interpretato da un Toni Servillo al massimo della forma, il film dispiega un'umanità circense, triste e senza redenzione in una città dai contorni sontuosi. 
È la morte la grande protagonista della storia; una morte che non riesce ad essere commovente o tragica ma solo melodrammatica e gratuita.
L'eros dei protagonisti non è una pulsione di vita, quanto piuttosto una fuga disperata dal sepolcro che li chiama. Per coprire questa voce si usano la musica martellante e la conversazione vacua, il bla bla bla a cui il protagonista accenna più di una volta nel corso del film.
Un film che è lungo e lento, va detto, ma che scorre come il Tevere, pieno di putridume sotto la superficie ma ancora in grado di riflettere i raggi del sole al tramonto, per regalare allo spettatore la cartolina rassicurante della Città Eterna. 
I molti interpreti sono scelti con cura, a cominciare da una Sabrina Ferilli perfettamente calata nella parte della spogliarellista burrosa e over 40, giù giù fino a una Serena Grandi nella parte di se stessa - pietosa caricatura del giunonico oggetto del desiderio ruspante anni '80 - passando per Carlo Verdone, fallito e patetico e Isabella Ferrari finalmente senza botox in faccia e bellissima, e ci rimandano un affresco della nostra epoca. Un'epoca marchiata dall'infamia del successo a ogni costo, dalla rincorsa a una faustiana eterna giovinezza affidata ai cialtroni con la siringa. 
Jep è il nocchiero che ci guida in questo inferno metropolitano di palazzi principeschi e principesse centenarie, di nobili in affitto, di sensazioni glitterate e lo fa con l'accento disilluso di chi ha visto tutto, provato tutto, si è annoiato di tutto. 
Gambardella non scrive libri perché «Roma ti fa perdere troppo tempo», come una mondana appiccicosa. 

Lo sguardo di Sorrentino è freddo e preciso come un bisturi; non c'è compassione per le umane debolezze, non c'è il calore di Fellini, che amava i suoi personaggi, anche i più meschini.
Il regista ci dà in pasto la sua visione senza veli e senza alibi.
I numerosi frammenti di cui il film si compone, volutamente affastellati, lasciano lo spettatore con un senso di sgomento, di claustrofobia emotiva.
L'arrivo di suor Maria, che in mano ad un altro cineasta avrebbe potuto simboleggiare la salvezza, qui è confinato nell'inutilità di una penitenza dolorosa e senza eco, di cui nessuno si cura.
I cardinali sono diversi dagli altri invitati solo perché indossano la porpora anziché il lamé.

L'autore abbandona il suo distacco solo nelle inquadrature che rivelano per l'Urbe una passione senza rimedio. Sorrentino-Bigazzi (il direttore della fotografia) è una premiata ditta ormai da molti anni e questo, con Roma, è un vero ménage a trois. 

La recente visione de Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann mi ha spinta a confrontare i due mondi e i due momenti storici. Là un'America assetata di divertimento dopo gli orrori della guerra ma già avviata al baratro della Grande Depressione, qui una società che si rifiuta di comprendere che gli anni delle feste sono finiti da tempo. 

Il film regala un solo momento romantico, un piccolissimo frammento lirico: l'incontro notturno e casuale tra Jep e madame Fanny Ardant, la musa meravigliosa che gli anni non possono toccare. Ardant sorride appena e poi continua per la propria strada, lei sì Grande Bellezza Indiscutibile.

martedì 4 giugno 2013

Barack Obama, il Nobel e la Convenzione di Ginevra

Henry Dunant


Il Presidente americano Barack Obama ha stabilito, nel 2009, un singolare primato.
Nell'arco di pochi mesi si è insediato alla Casa Bianca ed è stato insignito del Premio Nobel per la Pace.
Prima di lui, altri tre presidenti avevano ricevuto lo stesso riconoscimento da Oslo: Thomas Woodrow Wilson e Jimmy Carter -democratici come Obama- e Theodore Roosevelt, che invece era un rappresentante del partito repubblicano.
A parte Carter, tutti sono stati premiati durante i rispettivi mandati e, a guardar bene nella recente storia americana, c'è da chiedersi a quale titolo. 

Nell'ultimo numero del magazine The New Yorker si legge che nei prossimi mesi Obama dovrà esprimersi in merito alla costruzione dell'oleodotto Keystone, opera faraonica che dovrebbe trasportare il greggio dai giacimenti dell'Alberta, in Canada, giù fino alle raffinerie del Golfo del Messico. 
Nelle scorse settimane il presidente ha cominciato una campagna a favore del progetto, adducendo sostanzialmente due motivi: migliaia di posti di lavoro in un momento in cui l'economia è in difficoltà e un partner commerciale, il Canada, di sicuro meno problematico dell'Iraq.
Purtroppo la realizzazione dell'impresa non è esente da grossi rischi. 
Il greggio canadese giace nelle sabbie bituminose e, per estrarlo, occorre utilizzare energia proveniente dai combustibili fossili, in quantità tale da rendere le emissioni di anidride carbonica molto superiori a quelle necessarie per l'estrazione di un barile in condizioni normali. 
La scelta è tra la soluzione ai consumi interni e l'attenzione al clima globale.

Sfortunatamente per il pianeta terra, ad Obama gli interessi economici degli Stati Uniti stanno molto a cuore e vengono prima delle problematiche legate all'ambiente. 
Vengono prima anche del destino di un popolo e sue scelte di politica estera in America Latina lo dimostrano ampiamente.

Nel 2009 in Honduras un golpe depose il presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya e provocò una rivolta popolare, poi soffocata nel sangue. Il colpo di stato fu liquidato dagli Stati Uniti come un incidente di percorso e il nuovo governo gestito dai militari venne prontamente riconosciuto. Gli Usa revocarono l'embargo e si garantirono la permanenza nelle basi aeree presenti sul suolo hondureño. I quotidiani americani riportarono l'accaduto come «una conquista della democrazia».

Il repubblicano Theodore Roosevelt, considerato uno dei padri fondatori della nazione, scolpito nel monte Rushmore mentre osserva l'orizzonte con fiero cipiglio, è passato alla storia per la «politica del grande randello». Fu un convinto sostenitore della supremazia della razza bianca e nei suoi discorsi affermò a più riprese che i bianchi, o meglio gli europei, avevano portato progresso e civiltà in quei paesi nei quali si erano insediati. Il fatto di avere estromesso con la guerra i messicani e aggiunto il Texas all'Unione rientrava in questa ferrea convinzione, insieme al cannoneggiamento della Colombia per aggiudicarsi Panama e la relativa costruzione del canale.
Tra le sue frasi pacifiste possiamo citare: «Parla a bassa voce, ma porta con te un grosso randello: andrai lontano» e «Nessun trionfo di pace è più esaltante di un trionfo di guerra»

Woodrow Wilson, che fu presidente dal 1913 al 1921, fu il responsabile dell'invasione di Haiti e della sua conseguente rovina politica. In omaggio ai principi di democrazia e amore per la pacifica convivenza dei popoli, Wilson ordinò ai marines di sciogliere il parlamento dell'isola, perché si era opposto all'approvazione di una legge che avrebbe consentito alle industrie americane di colonizzarla; poi la consegnò nelle mani di una spietata dittatura che andò avanti per decenni. 
Incoraggiato dal successo, invase anche la Repubblica Dominicana, responsabile di essere un debitore insolvente nei confronti degli Stati Uniti. In realtà l'intento era difendere gli interessi degli americani nella lucrosa coltivazione della canna da zucchero. Quando i militari lasciarono l'isola vi insediarono Trujillo, un fantoccio feroce, che difese gli interessi dei suoi padroni con la forza fino al 1961, anno del suo assassinio frutto di una congiura. 

Infine Jimmy Carter, in carica dal 1977 al 1981, appoggiò la cruenta dittatura di Somoza in Nicaragua, che provocò decine di migliaia di morti.
Gli Usa finanziarono illegalmente la guardia nazionale del dittatore e quando l'operazione venne allo scoperto, passò alla storia come scandalo Iran-Contras.

Salvaguardare l'economia e gli investimenti dell'America è sempre stato il primo pensiero di qualunque amministrazione, democratica o repubblicana che fosse.  
La questione dei diritti umani, se contrapposta a ingenti interessi economici, non ha mai prevalso.

Neppure Barack Obama, che pure porta su di sé l'eredità storica di un popolo oppresso, ha saputo opporsi alle lobbies e alla logica del profitto.

Questo non gli ha impedito, ancor prima di avere la possibilità di dimostrarsene degno, di ricevere lo stesso premio che nel 1901 fu consegnato a Jean Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa Internazionale e ideatore della Convenzione di Ginevra per i diritti umani.     

venerdì 24 maggio 2013

Ci Salveranno le Vecchie Zie? Un Autodafé




Ogni regola ha un'eccezione.
Ogni idea è destinata, prima o poi, a una solenne smentita.

Chi mi conosce sa della mia natura onnivora e della mia predilezione per la carne, preferibilmente rossa e cruda o molto al sangue.
Mangio la selvaggina, l'agnello, il pesto di cavallo, le lumache, le rane, le ostriche e sono fermamente convinta del diritto di chiunque di uccidersi con i grassi saturi, o qualunque altro veleno, se questo gli procura piacere e godimento.
Forse tanta allegra noncuranza deriva dal fatto di portare una taglia 38 nonostante le intemperanze enogastronomiche o dalla relativa rassicurazione delle analisi del sangue. Non so.
Credo altresì che la questione etica riguardante l'utilizzo degli animali a scopo alimentare sia un problema di coscienza individuale e, come tale, dovrebbe essere lasciato alle riflessioni del singolo. Fin qui, il mio pensiero: opinabile come ogni altro.

Sfortunatamente, negli anni, mi è successo di incontrare vegani oltranzisti che, lungi dal lasciare alla mia coscienza e alla mia salute le libertà dovute, mi hanno gratificata di variopinti epiteti circa le mie abitudini alimentari. 
L'Oscar va alla frase «Non posso baciare una donna che mangia cadaveri» rivoltami anni fa da un gentiluomo ostile alle proteine nobili.
Maleducati, aggressivi, irritanti, talebani. Ne ho incontrati a decine ma... come dicevo ogni regola ha la sua eccezione, ogni convinzione può essere confutata dai fatti.

Nel mio caso l'eccezione ha un nome e un indirizzo che chiunque può visitare.

Ci Salveranno le Vecchie Zie? è un progetto nato a Parma da persone che hanno deciso di vivere, e mangiare, in modo diverso.
Per farlo hanno creato un luogo, di rara piacevolezza, che sta proprio dietro il complesso monumentale del Duomo, in cui all'ora di pranzo si possono gustare piatti vegetariani preparati in loco con ingredienti biologici, acquistare vini e cibi provenienti da piccole aziende dei dintorni selezionati con estrema cura o farsi preparare un plateau di meravigliosi formaggi francesi artigianali da portarsi a casa. 
Come se tutto ciò non bastasse a farne una tappa obbligata, qui è possibile trovare una selezione di cosmetici di stretta osservanza ayurvedica, prodotti per la pelle e i capelli realizzati con oli essenziali e ingredienti naturali così gratificanti ed efficaci da conquistare anche una consumatrice accanita di petrolati quale io sono.
I proprietari di questo rifugio dal caos giornaliero sono persone competenti, gentili e disponibili, con le quali si può parlare di tutto in un clima rilassato e amichevole. Hanno impiegato anni di lavoro e ricerca per distillare questa filosofia e il risultato è davvero degno di nota. 

Conoscono la mia natura epicurea e sanno che la superba giardiniera che acquisto lì accompagnerà un piatto di carne, ma non hanno mai tentato di terrorizzarmi con fosche descrizioni di mattatoi e se non ci provano non è per puro istinto di marketing: loro offrono un'alternativa di alto livello qualitativo e lo fanno sorridendo. Semplicemente.
Se lo desiderate possono illustrarvi da dove sono partiti e perché.
So che in questo periodo stanno lavorando a un progetto di cena ad personam nuovo e molto interessante. Invito tutti a dare una sbirciatina, anche nella pagina facebook che porta il loro nome. Ne vale assolutamente la pena. 



lunedì 20 maggio 2013

Il grande Gatsby

Leonardo Di Caprio


Baz Luhrmann ha mancato il bersaglio.

La grande, magnifica figura del sognatore romantico è assente dal suo caravanserraglio tridimensionale.
Nella tragica vita di Gatsby c'è una sfumatura di dolore inestirpabile e Leonardo Di Caprio esibisce spesso un cipiglio che mal si accorda a tanta pena.
Ammirato in altri ruoli, nonostante non mi sia simpatico, qui l'attore non riesce a commuovere e non convince. Neppure per un minuto è Jay Gatsby.
Quanto a Carey Mulligan, un bel profilo non basta a rendere l'egoismo, la fatuità, il temperamento isterico sottopelle, quelle caratteristiche cioè che da sole spingono un uomo nel baratro dell'amour fou. 
La sua Daisy è piatta e i primi piani mostrano una donna solo bella, ma lontanissima da quel fascino mortale che il personaggio deve esercitare sul protagonista e sul pubblico.
La famosa scena delle camicie, che dovrebbe essere carica di pathos, è gettata via e il suo incontro con Gatsby, a casa del cugino, non trasmette alcun brivido, per non parlare della sequenza al Plaza: imbarazzante. 
Molto meglio se la cava Elizabeth Debicki nella parte di Jordan Baker, bellissimo giunco annoiato e degna rappresentante del vuoto assoluto di idee e valori che regna nel suo ambiente. 
Quanto a Tobey Maguire, il suo Nick Carraway arriva alla sufficienza, ma in certi momenti ricorda troppo da vicino il protagonista di Moulin Rouge (al quale il regista fa un omaggio forse inconsapevole). Certo non lo aiuta l'atmosfera da baraccone in cui si muove per la maggior parte del tempo. 
Joel Edgerton è il volgare marito di Daisy e si vorrebbe venisse da una delle grandi famiglie americane... Se poi fosse nato nei bassifondi chissà come si sarebbe portato, visto che si siede a cena con gli stessi abiti da giocatore di polo con i quali è sceso da cavallo. 

L'America dei Roaring Twenties di F.S. Fitzgerald viene trasformata da Luhrmann in una festa mascherata, che si potrebbe tenere in una discoteca di Rimini in agosto e, in effetti, la musica è quella lì. Tutti gli stereotipi del periodo sono rappresentati sfarzosamente ma il tutto si esaurisce in un'orgia di colori e suoni. Creare un prodotto inutilmente patinato da uno dei capolavori della letteratura del XXº secolo non era facile (e nemmeno auspicabile) ma questo è il risultato ottenuto. 

Dopo il fiasco del tedioso Australia, Luhrmann continua in una parabola discendente che pare inarrestabile.
Dove è finita l'ispirazione che ci aveva fatto tutti quanti innamorare di Satine? 

lunedì 29 aprile 2013

Viaggio Sola

Margherita Buy


Ieri sera ho assistito a un piccolissimo miracolo.
Ho visto un film italiano in cui una quarantenne senza marito e senza figli non viene dipinta come una nevrotica depressa sull'orlo del suicidio, ma come una donna equilibrata e felice, che ha compiuto una scelta di vita e la porta avanti senza proclami, senza isteria, senza manifesti post femministi. 
Artefice dell'avvenimento è Maria Sole Tognazzi con il suo Viaggio sola.  

Margherita Buy è Irene, di professione ospite a sorpresa in hotel di lusso e resort esclusivi, incaricata di valutare gli standard di qualità con occhio inflessibile.
Della sua vita privata sappiamo poche cose: c'è Silvia (Fabrizia Sacchi), una sorella sposata e madre di due figlie e c'è Andrea (Stefano Accorsi) un ex fidanzato con cui ha un bel rapporto di amicizia complice.
A Irene piace la propria vita ma ascolta con molta pazienza le prediche della nevrotica sorella, che la vorrebbe sistemata come lei in un matrimonio tutto noia e niente sesso: va detto che se ti sei sposata con uno che ha la verve di Gian Marco Tognazzi, forse è inevitabile...
Andrea è anche lui un quarantenne single e senza prole, a cui però nessuno fa prediche e che si trova all'improvviso coinvolto in una relazione complicata...
A mescolare le carte arriva un personaggio fuori dagli schemi (un cameo dell'attrice Lesley Manville) che indurrà Irene a riflettere sul significato della bella e desueta parola intimità.

Questi gli ingredienti principali di una storia che esce dallo stereotipo corrente in cui la famiglia viene proposta come unica soluzione per raggiungere la felicità. 
Tognazzi è perfetto nella parte del marito a cui avveleneresti il caffè e Accorsi, sempre molto uguale a se stesso, rappresenta bene quell'indeterminatezza del maschio attuale, sempre indeciso tra adolescenza e machismo.
La Buy smette i toni costantemente esagitati che caratterizzano i suoi personaggi e ci regala una donna normale, che ha consapevolmente messo la propria libertà, quella che altri definiscono egoismo, al centro delle proprie scelte.
La metafora del viaggio e dell'altrove, espediente comune nel cinema, viene qui utilizzata per rappresentare l'Io della protagonista che non è in fuga da qualcosa, ma che desidera un'esistenza sospesa, eternamente mobile, che non si cura del futuro e che trova nelle maestà delle montagne e nei bazaar marocchini quella leggerezza che tante, troppe vite hanno smarrito nelle pastoie borghesi di un percorso «come si deve».
È un piccolo film, ma in un momento storico di recessione barbarica, nel quale le donne vengono mostrate secondo l'antico modello o madre o puttana,  forse se ne sentiva il bisogno.


domenica 28 aprile 2013

Nella Casa




Allen, Bergman, Hitchcock.
Sono questi i primi nomi che vengono in mente guardando l'ultima fatica di François Ozon. 
È infatti ricco di rimandi e citazioni, dedicati ai tre mostri sacri, questo bel film scritto dallo stesso regista e ispirato al lavoro teatrale El chico de la última fila, dello spagnolo Juan Mayorga.
In bilico tra thriller psicologico e commedia grottesca, è la storia di un rapporto pericoloso tra professore ed allievo, dove gli equilibri di potere tra mentore e discepolo si perdono fino a capovolgersi completamente. 
Fabrice Luchini, (già interprete per Ozon del delizioso Potiche) è Germain, un professore di letteratura che ha dovuto rinunciare alla carriera di scrittore per mancanza di talento.
Ernst Umhauer è Claude, uno studente che viene dalla periferia, con uno spiccato istinto per l'affabulazione. 
L'incontro tra i due mette in moto una partita a scacchi eccitante quanto rischiosa.
Claude desidera introdursi nella casa e nella vita del suo compagno Rapha (Bastien Ughetto) per assaporare le dolcezze della vita borghese ma soprattutto per poter incontrare la bella madre di lui: per riuscirci, si offre di aiutare Rapha con lo studio della matematica. 
Quando Germain chiede ai ragazzi di descrivere in un tema il loro ultimo weekend, Claude narra della sua prima visita a Rapha e lo fa così bene da catturare immediatamente l'interesse del professore e di sua moglie Jeanne, una gallerista che deve fare i conti con la crisi, interpretata da una Kristin Scott Thomas algida e allenianamente  nevrotica. 
Nella parte della musa di Eros troviamo Emmanuelle Seigner, più florida del solito e molto a proprio agio nel rappresentare la moglie annoiata e pronta alla schermaglia (vera o immaginata?) con il diabolico adolescente.

Intorno al quartetto in viaggio verso le rispettive perdizioni si muovono gli altri personaggi e tutto il meccanismo funziona in un crescendo rossiniano di realtà, proiezione, onirico e fantasia dove Thanatos è solo un gioco.
I piani di lettura sono molteplici ed è il background dello spettatore che sceglie cosa vedere nel rapporto tra arte, creatività, passato e presente nelle opere della galleria (uno degli spunti satirici meglio riusciti), piuttosto che nella letteratura ottocentesca o nella realizzazione di un film.
Quando Germain appare fisicamente in una scena che è frutto della sua immaginazione il fantasma di Bergman sorride nella penombra e possiamo immaginare la sorniona soddisfazione di Hitch per il sincero tributo al suo capolavoro La finestra sul cortile
Quanto ad Allen e al suo Match Point pensiero, non è il caso di rovinare la sorpresa... 
Fabrice Luchini si conferma l'attore più interessante del panorama francese. Il suo professore, frustrato dall'insuccesso del suo unico libro, che riversa sull'allievo (il figlio desiderato e mai avuto) le proprie ambizioni di scrittore, è una rappresentazione paradigmatica dell'uomo in cerca di quel riscatto che il giovane e disincantato Claude non potrà né vorrà portare a compimento. 

La domanda che Ozon sembra farsi (e farci) potrebbe essere: serve qualcuno per manipolarci o siamo già le vittime predestinate delle nostre ossessioni? 

  

venerdì 29 marzo 2013

La Frode

Richard Gere


Nessuna azione è priva di conseguenze.
Occorre essere pronti a pagare il prezzo dei propri errori.
Non sempre il castigo che segue al delitto è quello che ci si aspetterebbe.

La Frode, scritto e diretto dal trentatreenne Nicholas Jarecki, è un thriller ambientato nelle atmosfere ovattate dell'alta finanza newyorchese.
In quel mondo patinato e perfetto, dove filantropia e cupidigia convivono sotto lo stesso trench, non ci sono innocenti e tutti perseguono un fine, senza curarsi di quanto sia ignobile il mezzo per arrivarci.

Richard Gere è Robert Miller, un tycoon all'apice del successo, che ha un'invidiabile famiglia, immensi privilegi e un'amante francese, bella e cocainomane: nella settimana del suo sessantesimo compleanno, durante un'importante transazione d'affari, il Fato cambierà per sempre la sua vita.
Tim Roth è un poliziotto ambizioso e sarà lo strumento di cui si servirà il Destino per rimescolare le carte.
Susan Sarandon è una moglie tradita che coglierà l'irripetibile occasione offertale dal Caso.
Laetitia Casta è la donna nel posto sbagliato al momento sbagliato (e vittima in primo luogo di un doppiaggio atroce).

Narrato come una moderna parabola, il film è asciutto e in certi momenti rimanda a Wall Street di Oliver Stone, con le stesse luci fredde e le riprese campo lungo/controcampo.
Richard Gere è bravo, anzi molto bravo e presumo abbia in soffitta un ritratto che si deteriora al suo posto. La maturità dona al suo aspetto e anche alla sua recitazione, tempo dieci anni e potrebbe stupirci con un Oscar.
Roth ricalca la propria interpretazione nella serie Lie to me ma riesce comunque a creare un personaggio respingente e per il quale non si tifa.
La Sarandon si diverte a fare la donna sofisticata e paziente che in silenzio tesse la sua tela mentre madamoiselle Casta, nella parte della fanciulla nevrotica e sensuale, si limita ad essere molto decorativa, dimenticandosi che un film non è un servizio di moda.
In questo gruppo rintrecciato c'è una terza donna: è Brooke, figlia di Robert e sua socia in affari, ben interpretata da una strabica fascinosa, Brit Marling.

La Frode spinge lo spettatore a riflettere sui temi della colpa, del tradimento, dell'innocenza e della verità: essendo defunti Pollack, Hitchcock, Bergman e anche Truffaut, non credo si possa chiedere molto di più al cinema d'oggi. 




venerdì 22 marzo 2013

Uomini da Evitare come il Botox (Parte III)



«Per abolire la prostituzione bisognerebbe abolire gli uomini»  Maria Teresa d'Asburgo

Qui siamo nel campo della pandemia e a questa categoria maschile è praticamente impossibile sfuggire, prima o poi arriva nella vita di tutte...

L'estimatore della peripatetica

La totalità delle signore giura che no, il proprio fidanzato/marito/amante non lo fa e la quasi totalità delle signore sbaglia, sapendo più o meno consciamente di sbagliare.

Il fascino della professionista è universale, eterno, ancestrale.
Ella tranquillizza il fragile ego degli XY come nient'altro al mondo perché nulla chiede, nulla pretende, tutto concede (contro giusta mercede) e per di più adula e blandisce.
Quale moglie/compagna/fidanzata può garantire altrettanto in qualunque momento?

Anni fa, dopo una love story finita a coltellate, frequentai sotto mentite spoglie un forum di escortisti.
Mi si aprì un mondo sconosciuto.
Scoprii che in giro c'erano uomini dai 18 ai 70 anni e oltre che descrivevano con maniacale precisione le prestazioni delle fanciulle in catalogo, con tanto di voti nelle varie sezioni e scambi di opinioni e consigli.
Erano studenti, impiegati, liberi professionisti, pensionati e perfino disoccupati (con cosa pagassero non si sa, visto che le signore in questione non fanno mai credito).
La cosa più stupefacente non era la trasversalità della pratica, (in gran parte si trattava di uomini con relazioni stabili, mogli, figli, nipoti), bensì l'aria di assoluta normalità e quotidianità che si respirava nelle alate conversazioni.
Nessun rimorso, nessun senso di colpa, nessuna preoccupazione per la salute della partner ufficiale da parte di uomini disposti a spendere 100 euro in più per avere rapporti non protetti.
Mi sforzai di capire cosa ci fosse dietro questo universo.
L'epoca nella quale le «brave ragazze» si mantenevano illibate per il marito e l'iniziazione sessuale maschile doveva passare dai bordelli era finita da 60 anni... Che cosa non era cambiato nel frattempo?
Il risultato delle mie indagini fu il seguente: gli usi e i costumi sessuali delle donne non hanno la minima importanza per gli uomini.
Semplicemente, loro cambiano per il gusto di cambiare e prediligono le prostitute perché con loro possono sentirsi uomini veri e possono esercitare un predominio assoluto e incontrastato a un costo ragionevole.
Bionda, bruna, rossa, alta, magra, formosa, efebica, giovane, matura, brasiliana, estone, cinese... Come la fiorentina dal macellaio, ogni volta tagliata secondo necessità. 
Ti attira una ragazza che porta la settima di reggiseno? Voilà! 
Oggi ti punge vaghezza della nordica alta 185 cm? Nessun problema. Mano al portafoglio e via, basta trovare una scusa con la legittima e fare attenzione alle tracce di DNA.

Ma analizziamo più da vicino il fenomeno.
Una escort (a differenza di una fidanzata) apprezza i tempi brevi o brevissimi di una prestazione sessuale, e un cliente disposto a sborsare centinaia di euro per un paio d'ore fatte soprattutto di chiacchiere, è una gallina dalle uova d'oro. 
Se le misure vitali del cliente sono modeste la signorina anziché risentirsi apprezza, poiché così non si stropiccia troppo la mercanzia. 
Una bella di giorno non si lamenta dell'aspetto fisico del cliente e per quanto lui possa risultare repellente, lei sorride stoica, pensando al fee.
Una professionista che si rispetti è sempre perfettamente in linea con i desideri dell'utenza e se piace a vossignoria può diventare qualunque cosa, dalla bambina con le treccine e l'orsacchiotto alla mistress con stivaloni e frustino, a volte nello stesso pomeriggio.
Una call girl non va conquistata, affascinata, intrigata: si mettono i soldi sul comodino e da quel momento qualunque sciocchezza esca dalla bocca del cliente viene trattata come l'oracolo di Delfi.
Quello che gli uomini preferiscono ignorare è che le mondane (in questo del tutto simili alle borghesi «perbene») sparlano senza pietà e non potrò mai dimenticare le risate che mi feci al telefono con una di loro che avevo contattato con una scusa.
Era una ex studentessa universitaria dotata di un sense of humour al vetriolo, che mi aveva divertita fino alle lacrime con le descrizioni di certi incontri (corredate ovviamente di nomi e cognomi, perché vorremo mica credere che siano anche discrete).
Diceva che gran parte dei suoi clienti, disposti a sganciare 1000 euro per averla una notte intera, erano dei patetici uomini di mezz'età dalla virilità discutibile, che si illudevano di procurarle fantastici orgasmi e che lei faceva costantemente sentire come dei superdotati stalloni, a cui avrebbe concesso i suoi favori anche senza regalie. Aggiungeva, con un filo di cinismo, che sicuramente le loro mogli si consolavano da tanta inadeguatezza con il maestro di tennis venticinquenne. Gratis. 
Le avevo chiesto cosa l'avesse spinta a scegliere questo business fra i tanti e la sua risposta era stata disarmante: «Le donne fanno del sesso mediocre e quando hanno finito devono rassettare la casa, far fare i compiti ai figli, correre al lavoro, per di più facendo attenzione a non sbattere le corna contro il soffitto. Io faccio del sesso mediocre e fra cinque anni avrò abbastanza denaro per trasferirmi all'estero e vivere quasi di rendita.»


Nota del redattore:
Le questioni etiche di questo argomento vastissimo e per certi aspetti molto doloroso, sono state qui volutamente ignorate.
Sono conscia che la sensibilità di alcune lettrici potrebbe esserne urtata, e me ne scuso.