sabato 2 novembre 2013

JFK e il Sogno Infranto di Camelot



«Tu dov'eri quando hanno sparato a Kennedy?»

Dallas, venerdì 22 novembre 1963

Alle 12.30 tre colpi di arma da fuoco spezzano per sempre la visione di un condottiero e John Fitzgerald Kennedy muore assassinato, dopo appena due anni e mezzo di presidenza. 

Le immagini di Jackie che si arrampica sul cofano dell'automobile presidenziale nel tentativo di recuperare un pezzo di calotta cranica del marito, sconvolgono l'America.
La vedova del Presidente che scende dall'Air Force One indossando il tailleur macchiato di sangue che non ha voluto sostituire perché «il mondo deve vedere che cosa hanno fatto a Jack», dice tutto.
Il piccolo John jr. che, durante il funerale, lascia la mano della madre e saluta militarmente il feretro del padre, è il frame che racchiude la tragedia di una famiglia e il lutto di una Nazione. 

JFK, pur con tutte le ombre del suo operato, sembrava l'uomo capace di guidare il mondo libero verso un futuro di prosperità e di pace.

La Guerra Fredda, la minaccia di un conflitto nucleare a Cuba, il disastroso intervento in Vietnam, la crisi della Baia dei Porci, l'aperta ostilità dell'FBI nella persona di Edgar J. Hoover, Khruscev, Castro... nulla era riuscito a fermare quest'uomo giovane e instancabile. 
Kennedy e la sua Nuova Frontiera rappresentavano la pulsione al futuro, alla ricerca scientifica, alla pacifica convivenza fra i popoli: che questo dovesse necessariamente passare attraverso la supremazia degli Stati Uniti sull'Unione Sovietica e i Paesi del blocco orientale era cosa accettata e da molti ritenuta necessaria. 

Nel suo discorso di insediamento e nelle successive apparizioni, Kennedy pronunciò frasi che a distanza di cinquant'anni dalla sua morte riecheggiano ancora, attuali come non mai.
I diritti civili furono uno dei punti di forza del suo programma e l'integrazione dei neri fu un tema sul quale si scontrò duramente con l'ala conservatrice del Congresso. 
Insieme alla Gran Bretagna riuscì a impedire la proliferazione dei test nucleari e pose le basi per un parziale disarmo.
Creò quei corpi di pace che ancora operano nei Paesi in via di sviluppo (forse non proprio come lui avrebbe immaginato).

Malgrado soffrisse di atroci dolori alla schiena a causa dell'osteoporosi e delle ferite riportate durante le sue missioni nella guerra del Pacifico, Kennedy lavorò incessantemente per tutta la durata del suo breve mandato, spesso facendosi affiancare dal medico personale durante le riunioni di gabinetto e tenendo nascoste al mondo le sue vere condizioni di salute.
Insieme al fratello Robert, che nel 1968 cadrà come lui sotto i colpi di un killer mai identificato con certezza, JFK lascerà un'eredità importantissima di entusiasmo e determinazione. 

Ebbe a disposizione troppo poco tempo e non sappiamo quanto del suo programma politico avrebbe realizzato in quattro o magari otto anni di presidenza. 
Il muro di Berlino sarebbe caduto prima se lui avesse continuato ad affermare con forza «Ich bin ein Berliner»?
Il conflitto israelo-palestinese avrebbe preso un'altra piega? 
La polveriera che è diventata il Medio Oriente sarebbe stata disinnescata? 
L'America Latina avrebbe avuto maggiori chances di sviluppo?


Kennedy ha influenzato il pensiero di moltissimi uomini politici, in patria e fuori, fino ai giorni nostri.

Con il suo lavoro quest'uomo ha incoraggiato le minoranze a far sentire la loro voce; ha ispirato coloro che si battevano per un mondo più giusto e meno votato all'autodistruzione.

Aveva carisma da vendere e come molti grandi uomini aveva anche grandi debolezze... ma era un combattente nato, pluridecorato per atti di eroismo durante la Seconda Guerra Mondiale e non era tipo da mollare il prossimo al suo destino. 
In questo mondo di politici assetati di potere e disinteressati al bene comune, avremmo avuto bisogno di lui per molto più tempo...

Negli ultimi cinquant'anni, soltanto un altro avvenimento ha spinto le persone a chiedersi reciprocamente per anni: «Quel giorno, tu dov'eri?»

Quel giorno è l'11 settembre 2001.







domenica 20 ottobre 2013

Giovani Ribelli - Kill your darlings

Ben Foster, Daniel Radcliffe, Dane DeHaan


1943 - 1945. Mentre le truppe americane sono in Europa a combattere Hitler, in patria ci si prepara a conquistare il mondo con le armi della conoscenza.

Nelle aule della prestigiosa Columbia University di New York tre giovani si incontrano e si riconoscono: si chiamano Allen Ginsberg, Jack Kerouac e William  Burroughs.
Insieme scriveranno un'ampia pagina della storia della letteratura americana del XXº secolo.
Raccontare un periodo così sfuggente e anarchico è impresa che richiede una certa dose di incoscienza.
E John Krokidas è un emergente un po' incosciente.
Nessun cineasta esperto avrebbe infatti scelto Daniel Radcliffe per il ruolo di Ginsberg:  capisco che il fantasma di Harry Potter sia un'entità difficile da scrollarsi di dosso ma il giovane ex mago non è pronto per dare spessore a un poeta omosessuale e tossicodipendente, padre fondatore della Beat Generation insieme ad altri due visionari un po' disadattati.
Radcliffe è goffo, timido, legnoso e nelle sequenze movimentate ci si aspetta che tiri fuori la bacchetta magica e urli «Stupeficium!»
La sua iniziazione al sesso, lungi dall'essere un'esperienza passionale o quantomeno catartica, diventa lo specchio della drammatica fine di un'altra relazione.
Inemendabile come le sue lacrime di glicerina.

Jack Huston è lo sfuggente Kerouac. L'autore di «On the road» lo avremmo voluto più bastardo, più irrequieto di quanto non appaia qui, dove si intenerisce come una pulzella quando un frustrato David Kammerer (interpretato da un lamentoso Michael C. Hall) tenta di assassinargli il gatto.
Essere il nipote di John Huston non basta per riempire lo schermo.

Burroughs ha le sembianze di Ben Foster e neppure lui trasuda anticonformismo e zolfo. Beve, fuma, si droga con qualunque cosa somigli a una droga ma manca di convinzione, non sembra avere veramente bisogno di fare quello che fa. 

Discorso diverso per l'unico non scrittore del gruppo: Lucien Carr.
Carr non è mai diventato un romanziere ma è stato colui che ha innescato la miccia.
Bello, manipolatore, fragile e crudele: l'attore Dane DeHaan ci restituisce un ragazzo perso e perdente, sofferente e ammaliatore.
Tutti i personaggi in qualche modo ne dipendono, se ne innamorano, si lasciano usare da lui.
Carr è l'amante sazio di David, che invece lo perseguita. La relazione consunta sfocerà in tragedia, trasformando il gruppo di ragazzi in adulti con l'amaro in bocca.

Krokidas perde l'occasione di fare un film duro e puro e si limita a illustrare con una fotografia perfettina e una regia banale e patinata un momento che patinato non era.
L'idea di rendere le donne figure di contorno e quasi di disturbo a questo mondo che è maschile senza essere maschio è buona, ma non viene sviluppata.
Molti aspetti dei personaggi reali vengono ignorati e la nascita di uno dei movimenti artistici più significativi del secolo breve si perde nel conformismo. 
Peccato... ma la rivoluzione esistenziale non può essere mostrata con le stesse luci che si userebbero per un film di James Ivory.

Nota di merito per la colonna sonora: accanto al bellissimo swing degli anni quaranta, il leit motiv della follia di Lucien (oltre che della madre di Ginsberg) è inaspettatamente affidato alle prime battute del terzo movimento della Sinfonia n.3 in Fa maggiore  di Johannes Brahms. 


domenica 21 luglio 2013

Riccardo III

Paolo Lorimer e Massimo Ranieri

Massimo Ranieri sta a Shakespeare come Eduardo sta a Somerset Maugham.

O almeno, questa è l'impressione che ho avuto dopo avere assistito ieri sera al suo Riccardo III.

L'Estate Teatrale Veronese è un'istituzione antica e prestigiosa che, nei suoi 75 anni di attività, ha ospitato, nella sognante cornice del Teatro Romano, artisti da tutto il mondo e ha proposto spettacoli di prosa e danza di altissimo livello. 

In questa gloriosa tradizione si inserisce Massimo Ranieri, che interpreta e dirige il dramma di William Shakespeare tradotto e adattato da Masolino d'Amico e accompagnato da musiche composte per l'occasione da Ennio Morricone. 
Sulla carta, un'operazione molto interessante: nei risultati, un po' meno. 

La delusione peggiore viene proprio dal protagonista. Ranieri entra in scena e attacca uno degli incipit più famosi della storia del teatro ma lo fa con una legnosità e una mancanza di rispetto per la prosodia che sono indegni di un attore di lungo corso. 
Per almeno dieci interminabili minuti non riuscirà a fare proprio il ritmo della frase e, per tutta la durata dello spettacolo, prenderà delle papere mastodontiche, spesso mancando di dominare la esse blesa. 
Il malvagio Riccardo, ubriaco di sangue, nella lettura di Ranieri si agita troppo e troppo mulina le braccia camminando avanti e indietro senza meta, nel tentativo di rendere truculenta una personalità già così efferata da non necessitare molto di più di quanto il Bardo suggerisca nel testo.
Capisco che non siano più i tempi di Olivier e Gielgud ma la concitazione non è efficace quanto la verità dell'accento e, quella, Ranieri l'ha mancata quasi del tutto.
Il suo Plantageneto sembra nato in casa Cupiello, anche perché nel corso della serata la cadenza partenopea sfuggirà al suo controllo in più di un'occasione. 
A sua parziale discolpa va detto che la produzione è al debutto e sappiamo come in Italia non si riesca più ad avere un periodo di prove adeguato al testo da rappresentare. Non mi stupirebbe scoprire che lo spettacolo è stato montato in tempi record.

L'altra brutta sorpresa arriva dalla parte musicale.

Chiamare Sinfonia per Riccardo III un pezzo che ricorda da molto vicino le percussioni degli Stomp (e null'altro) mi sembra eccessivo da parte di uno dei più acclamati compositori di colonne sonore al mondo. I frammenti musicali fanno da raccordo nei cambi scena e il pensiero corre all'idea della Promenade di Quadri da un'esposizione di Musorgskij. Non aggiungo altro perché sono da sempre una grande ammiratrice del Maestro Morricone.

La parte visiva invece è molto efficace. Ranieri ha affidato le scene a Lorenzo Cutuli che ha  pensato a una reggia completamente nera, composta da un semplice cilindro che ruota su se stesso e si schiude ogni volta su un ambiente diverso. Illuminato da luci bianchissime, il palco offre una cornice cupa e claustrofobica ai personaggi maschili in smoking, come a quelli femminili avvolti nei bellissimi costumi di velluto e seta cangiante, ispirati agli anni '50, di Nanà Cecchi.

Dell'intera compagnia, solo due attori regalano momenti di autentico teatro.
Paolo Lorimer è un duca di Buckingham davvero calato nel ruolo. Perfetta dizione, presenza scenica, piglio misurato, accento convincente. Il complice tradito dal malvagio re ci sta davanti in tutta la sua miseria. Lorimer ha studiato recitazione negli Stati Uniti prima e con Vittorio Gassman poi. Si vede e si sente. 
Margherita Di Rauso interpreta Margherita, la regina vedova di Enrico VI e nello sguardo allucinato della donna che ha perso corona, consorte e fortuna per un attimo ho ravvisato la folgore di Bette Davis, grazie anche a una certa somiglianza fisica. Nella scena in cui, completamente ubriaca, urla il suo dolore davanti a una Lady Anna spezzata e a una duchessa di York annichilita, Margherita è il perfetto esempio di come un'emozione possa essere trasmessa con forza dirompente senza cadere nel gigionesco. 

Ultima nota di demerito, che è quasi un gossip.
Il breve ruolo di re Edoardo IV è stato affidato a Roberto Vandelli.
Non so di chi sia stata la brillante idea di farlo recitare con lo stesso tono di voce usato da Marlon Brando ne Il Padrino, ma posso dire che il risultato è inopinatamente comico.

Don Vito Corleone seduto sul trono d'Inghilterra è uno scherzo che Massimo Ranieri, artista di chiara fama ammirato in altri contesti, si poteva e ci poteva risparmiare.









  

domenica 16 giugno 2013

La Grande Bellezza

Toni Servillo


Roma sopravvive a se stessa da migliaia di anni, portandosi in giro esausti simulacri e glorie in disfacimento. Fin dall'antichità i suoi rutilanti baccanali hanno attirato da ogni parte del mondo falene impazienti e cavallette voraci. Roma l'imperiale, la barocca, la papalina, la meretrice crudele. Roma, a cui pochi possono resistere.

C'è questo e molto altro nell'ultimo film di Paolo Sorrentino La Grande Bellezza.

Attraverso la voce di Jep Gambardella, lo scrittore di un solo libro, interpretato da un Toni Servillo al massimo della forma, il film dispiega un'umanità circense, triste e senza redenzione in una città dai contorni sontuosi. 
È la morte la grande protagonista della storia; una morte che non riesce ad essere commovente o tragica ma solo melodrammatica e gratuita.
L'eros dei protagonisti non è una pulsione di vita, quanto piuttosto una fuga disperata dal sepolcro che li chiama. Per coprire questa voce si usano la musica martellante e la conversazione vacua, il bla bla bla a cui il protagonista accenna più di una volta nel corso del film.
Un film che è lungo e lento, va detto, ma che scorre come il Tevere, pieno di putridume sotto la superficie ma ancora in grado di riflettere i raggi del sole al tramonto, per regalare allo spettatore la cartolina rassicurante della Città Eterna. 
I molti interpreti sono scelti con cura, a cominciare da una Sabrina Ferilli perfettamente calata nella parte della spogliarellista burrosa e over 40, giù giù fino a una Serena Grandi nella parte di se stessa - pietosa caricatura del giunonico oggetto del desiderio ruspante anni '80 - passando per Carlo Verdone, fallito e patetico e Isabella Ferrari finalmente senza botox in faccia e bellissima, e ci rimandano un affresco della nostra epoca. Un'epoca marchiata dall'infamia del successo a ogni costo, dalla rincorsa a una faustiana eterna giovinezza affidata ai cialtroni con la siringa. 
Jep è il nocchiero che ci guida in questo inferno metropolitano di palazzi principeschi e principesse centenarie, di nobili in affitto, di sensazioni glitterate e lo fa con l'accento disilluso di chi ha visto tutto, provato tutto, si è annoiato di tutto. 
Gambardella non scrive libri perché «Roma ti fa perdere troppo tempo», come una mondana appiccicosa. 

Lo sguardo di Sorrentino è freddo e preciso come un bisturi; non c'è compassione per le umane debolezze, non c'è il calore di Fellini, che amava i suoi personaggi, anche i più meschini.
Il regista ci dà in pasto la sua visione senza veli e senza alibi.
I numerosi frammenti di cui il film si compone, volutamente affastellati, lasciano lo spettatore con un senso di sgomento, di claustrofobia emotiva.
L'arrivo di suor Maria, che in mano ad un altro cineasta avrebbe potuto simboleggiare la salvezza, qui è confinato nell'inutilità di una penitenza dolorosa e senza eco, di cui nessuno si cura.
I cardinali sono diversi dagli altri invitati solo perché indossano la porpora anziché il lamé.

L'autore abbandona il suo distacco solo nelle inquadrature che rivelano per l'Urbe una passione senza rimedio. Sorrentino-Bigazzi (il direttore della fotografia) è una premiata ditta ormai da molti anni e questo, con Roma, è un vero ménage a trois. 

La recente visione de Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann mi ha spinta a confrontare i due mondi e i due momenti storici. Là un'America assetata di divertimento dopo gli orrori della guerra ma già avviata al baratro della Grande Depressione, qui una società che si rifiuta di comprendere che gli anni delle feste sono finiti da tempo. 

Il film regala un solo momento romantico, un piccolissimo frammento lirico: l'incontro notturno e casuale tra Jep e madame Fanny Ardant, la musa meravigliosa che gli anni non possono toccare. Ardant sorride appena e poi continua per la propria strada, lei sì Grande Bellezza Indiscutibile.

martedì 4 giugno 2013

Barack Obama, il Nobel e la Convenzione di Ginevra

Henry Dunant


Il Presidente americano Barack Obama ha stabilito, nel 2009, un singolare primato.
Nell'arco di pochi mesi si è insediato alla Casa Bianca ed è stato insignito del Premio Nobel per la Pace.
Prima di lui, altri tre presidenti avevano ricevuto lo stesso riconoscimento da Oslo: Thomas Woodrow Wilson e Jimmy Carter -democratici come Obama- e Theodore Roosevelt, che invece era un rappresentante del partito repubblicano.
A parte Carter, tutti sono stati premiati durante i rispettivi mandati e, a guardar bene nella recente storia americana, c'è da chiedersi a quale titolo. 

Nell'ultimo numero del magazine The New Yorker si legge che nei prossimi mesi Obama dovrà esprimersi in merito alla costruzione dell'oleodotto Keystone, opera faraonica che dovrebbe trasportare il greggio dai giacimenti dell'Alberta, in Canada, giù fino alle raffinerie del Golfo del Messico. 
Nelle scorse settimane il presidente ha cominciato una campagna a favore del progetto, adducendo sostanzialmente due motivi: migliaia di posti di lavoro in un momento in cui l'economia è in difficoltà e un partner commerciale, il Canada, di sicuro meno problematico dell'Iraq.
Purtroppo la realizzazione dell'impresa non è esente da grossi rischi. 
Il greggio canadese giace nelle sabbie bituminose e, per estrarlo, occorre utilizzare energia proveniente dai combustibili fossili, in quantità tale da rendere le emissioni di anidride carbonica molto superiori a quelle necessarie per l'estrazione di un barile in condizioni normali. 
La scelta è tra la soluzione ai consumi interni e l'attenzione al clima globale.

Sfortunatamente per il pianeta terra, ad Obama gli interessi economici degli Stati Uniti stanno molto a cuore e vengono prima delle problematiche legate all'ambiente. 
Vengono prima anche del destino di un popolo e sue scelte di politica estera in America Latina lo dimostrano ampiamente.

Nel 2009 in Honduras un golpe depose il presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya e provocò una rivolta popolare, poi soffocata nel sangue. Il colpo di stato fu liquidato dagli Stati Uniti come un incidente di percorso e il nuovo governo gestito dai militari venne prontamente riconosciuto. Gli Usa revocarono l'embargo e si garantirono la permanenza nelle basi aeree presenti sul suolo hondureño. I quotidiani americani riportarono l'accaduto come «una conquista della democrazia».

Il repubblicano Theodore Roosevelt, considerato uno dei padri fondatori della nazione, scolpito nel monte Rushmore mentre osserva l'orizzonte con fiero cipiglio, è passato alla storia per la «politica del grande randello». Fu un convinto sostenitore della supremazia della razza bianca e nei suoi discorsi affermò a più riprese che i bianchi, o meglio gli europei, avevano portato progresso e civiltà in quei paesi nei quali si erano insediati. Il fatto di avere estromesso con la guerra i messicani e aggiunto il Texas all'Unione rientrava in questa ferrea convinzione, insieme al cannoneggiamento della Colombia per aggiudicarsi Panama e la relativa costruzione del canale.
Tra le sue frasi pacifiste possiamo citare: «Parla a bassa voce, ma porta con te un grosso randello: andrai lontano» e «Nessun trionfo di pace è più esaltante di un trionfo di guerra»

Woodrow Wilson, che fu presidente dal 1913 al 1921, fu il responsabile dell'invasione di Haiti e della sua conseguente rovina politica. In omaggio ai principi di democrazia e amore per la pacifica convivenza dei popoli, Wilson ordinò ai marines di sciogliere il parlamento dell'isola, perché si era opposto all'approvazione di una legge che avrebbe consentito alle industrie americane di colonizzarla; poi la consegnò nelle mani di una spietata dittatura che andò avanti per decenni. 
Incoraggiato dal successo, invase anche la Repubblica Dominicana, responsabile di essere un debitore insolvente nei confronti degli Stati Uniti. In realtà l'intento era difendere gli interessi degli americani nella lucrosa coltivazione della canna da zucchero. Quando i militari lasciarono l'isola vi insediarono Trujillo, un fantoccio feroce, che difese gli interessi dei suoi padroni con la forza fino al 1961, anno del suo assassinio frutto di una congiura. 

Infine Jimmy Carter, in carica dal 1977 al 1981, appoggiò la cruenta dittatura di Somoza in Nicaragua, che provocò decine di migliaia di morti.
Gli Usa finanziarono illegalmente la guardia nazionale del dittatore e quando l'operazione venne allo scoperto, passò alla storia come scandalo Iran-Contras.

Salvaguardare l'economia e gli investimenti dell'America è sempre stato il primo pensiero di qualunque amministrazione, democratica o repubblicana che fosse.  
La questione dei diritti umani, se contrapposta a ingenti interessi economici, non ha mai prevalso.

Neppure Barack Obama, che pure porta su di sé l'eredità storica di un popolo oppresso, ha saputo opporsi alle lobbies e alla logica del profitto.

Questo non gli ha impedito, ancor prima di avere la possibilità di dimostrarsene degno, di ricevere lo stesso premio che nel 1901 fu consegnato a Jean Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa Internazionale e ideatore della Convenzione di Ginevra per i diritti umani.     

venerdì 24 maggio 2013

Ci Salveranno le Vecchie Zie? Un Autodafé




Ogni regola ha un'eccezione.
Ogni idea è destinata, prima o poi, a una solenne smentita.

Chi mi conosce sa della mia natura onnivora e della mia predilezione per la carne, preferibilmente rossa e cruda o molto al sangue.
Mangio la selvaggina, l'agnello, il pesto di cavallo, le lumache, le rane, le ostriche e sono fermamente convinta del diritto di chiunque di uccidersi con i grassi saturi, o qualunque altro veleno, se questo gli procura piacere e godimento.
Forse tanta allegra noncuranza deriva dal fatto di portare una taglia 38 nonostante le intemperanze enogastronomiche o dalla relativa rassicurazione delle analisi del sangue. Non so.
Credo altresì che la questione etica riguardante l'utilizzo degli animali a scopo alimentare sia un problema di coscienza individuale e, come tale, dovrebbe essere lasciato alle riflessioni del singolo. Fin qui, il mio pensiero: opinabile come ogni altro.

Sfortunatamente, negli anni, mi è successo di incontrare vegani oltranzisti che, lungi dal lasciare alla mia coscienza e alla mia salute le libertà dovute, mi hanno gratificata di variopinti epiteti circa le mie abitudini alimentari. 
L'Oscar va alla frase «Non posso baciare una donna che mangia cadaveri» rivoltami anni fa da un gentiluomo ostile alle proteine nobili.
Maleducati, aggressivi, irritanti, talebani. Ne ho incontrati a decine ma... come dicevo ogni regola ha la sua eccezione, ogni convinzione può essere confutata dai fatti.

Nel mio caso l'eccezione ha un nome e un indirizzo che chiunque può visitare.

Ci Salveranno le Vecchie Zie? è un progetto nato a Parma da persone che hanno deciso di vivere, e mangiare, in modo diverso.
Per farlo hanno creato un luogo, di rara piacevolezza, che sta proprio dietro il complesso monumentale del Duomo, in cui all'ora di pranzo si possono gustare piatti vegetariani preparati in loco con ingredienti biologici, acquistare vini e cibi provenienti da piccole aziende dei dintorni selezionati con estrema cura o farsi preparare un plateau di meravigliosi formaggi francesi artigianali da portarsi a casa. 
Come se tutto ciò non bastasse a farne una tappa obbligata, qui è possibile trovare una selezione di cosmetici di stretta osservanza ayurvedica, prodotti per la pelle e i capelli realizzati con oli essenziali e ingredienti naturali così gratificanti ed efficaci da conquistare anche una consumatrice accanita di petrolati quale io sono.
I proprietari di questo rifugio dal caos giornaliero sono persone competenti, gentili e disponibili, con le quali si può parlare di tutto in un clima rilassato e amichevole. Hanno impiegato anni di lavoro e ricerca per distillare questa filosofia e il risultato è davvero degno di nota. 

Conoscono la mia natura epicurea e sanno che la superba giardiniera che acquisto lì accompagnerà un piatto di carne, ma non hanno mai tentato di terrorizzarmi con fosche descrizioni di mattatoi e se non ci provano non è per puro istinto di marketing: loro offrono un'alternativa di alto livello qualitativo e lo fanno sorridendo. Semplicemente.
Se lo desiderate possono illustrarvi da dove sono partiti e perché.
So che in questo periodo stanno lavorando a un progetto di cena ad personam nuovo e molto interessante. Invito tutti a dare una sbirciatina, anche nella pagina facebook che porta il loro nome. Ne vale assolutamente la pena. 



lunedì 20 maggio 2013

Il grande Gatsby

Leonardo Di Caprio


Baz Luhrmann ha mancato il bersaglio.

La grande, magnifica figura del sognatore romantico è assente dal suo caravanserraglio tridimensionale.
Nella tragica vita di Gatsby c'è una sfumatura di dolore inestirpabile e Leonardo Di Caprio esibisce spesso un cipiglio che mal si accorda a tanta pena.
Ammirato in altri ruoli, nonostante non mi sia simpatico, qui l'attore non riesce a commuovere e non convince. Neppure per un minuto è Jay Gatsby.
Quanto a Carey Mulligan, un bel profilo non basta a rendere l'egoismo, la fatuità, il temperamento isterico sottopelle, quelle caratteristiche cioè che da sole spingono un uomo nel baratro dell'amour fou. 
La sua Daisy è piatta e i primi piani mostrano una donna solo bella, ma lontanissima da quel fascino mortale che il personaggio deve esercitare sul protagonista e sul pubblico.
La famosa scena delle camicie, che dovrebbe essere carica di pathos, è gettata via e il suo incontro con Gatsby, a casa del cugino, non trasmette alcun brivido, per non parlare della sequenza al Plaza: imbarazzante. 
Molto meglio se la cava Elizabeth Debicki nella parte di Jordan Baker, bellissimo giunco annoiato e degna rappresentante del vuoto assoluto di idee e valori che regna nel suo ambiente. 
Quanto a Tobey Maguire, il suo Nick Carraway arriva alla sufficienza, ma in certi momenti ricorda troppo da vicino il protagonista di Moulin Rouge (al quale il regista fa un omaggio forse inconsapevole). Certo non lo aiuta l'atmosfera da baraccone in cui si muove per la maggior parte del tempo. 
Joel Edgerton è il volgare marito di Daisy e si vorrebbe venisse da una delle grandi famiglie americane... Se poi fosse nato nei bassifondi chissà come si sarebbe portato, visto che si siede a cena con gli stessi abiti da giocatore di polo con i quali è sceso da cavallo. 

L'America dei Roaring Twenties di F.S. Fitzgerald viene trasformata da Luhrmann in una festa mascherata, che si potrebbe tenere in una discoteca di Rimini in agosto e, in effetti, la musica è quella lì. Tutti gli stereotipi del periodo sono rappresentati sfarzosamente ma il tutto si esaurisce in un'orgia di colori e suoni. Creare un prodotto inutilmente patinato da uno dei capolavori della letteratura del XXº secolo non era facile (e nemmeno auspicabile) ma questo è il risultato ottenuto. 

Dopo il fiasco del tedioso Australia, Luhrmann continua in una parabola discendente che pare inarrestabile.
Dove è finita l'ispirazione che ci aveva fatto tutti quanti innamorare di Satine?