venerdì 24 maggio 2013

Ci Salveranno le Vecchie Zie? Un Autodafé




Ogni regola ha un'eccezione.
Ogni idea è destinata, prima o poi, a una solenne smentita.

Chi mi conosce sa della mia natura onnivora e della mia predilezione per la carne, preferibilmente rossa e cruda o molto al sangue.
Mangio la selvaggina, l'agnello, il pesto di cavallo, le lumache, le rane, le ostriche e sono fermamente convinta del diritto di chiunque di uccidersi con i grassi saturi, o qualunque altro veleno, se questo gli procura piacere e godimento.
Forse tanta allegra noncuranza deriva dal fatto di portare una taglia 38 nonostante le intemperanze enogastronomiche o dalla relativa rassicurazione delle analisi del sangue. Non so.
Credo altresì che la questione etica riguardante l'utilizzo degli animali a scopo alimentare sia un problema di coscienza individuale e, come tale, dovrebbe essere lasciato alle riflessioni del singolo. Fin qui, il mio pensiero: opinabile come ogni altro.

Sfortunatamente, negli anni, mi è successo di incontrare vegani oltranzisti che, lungi dal lasciare alla mia coscienza e alla mia salute le libertà dovute, mi hanno gratificata di variopinti epiteti circa le mie abitudini alimentari. 
L'Oscar va alla frase «Non posso baciare una donna che mangia cadaveri» rivoltami anni fa da un gentiluomo ostile alle proteine nobili.
Maleducati, aggressivi, irritanti, talebani. Ne ho incontrati a decine ma... come dicevo ogni regola ha la sua eccezione, ogni convinzione può essere confutata dai fatti.

Nel mio caso l'eccezione ha un nome e un indirizzo che chiunque può visitare.

Ci Salveranno le Vecchie Zie? è un progetto nato a Parma da persone che hanno deciso di vivere, e mangiare, in modo diverso.
Per farlo hanno creato un luogo, di rara piacevolezza, che sta proprio dietro il complesso monumentale del Duomo, in cui all'ora di pranzo si possono gustare piatti vegetariani preparati in loco con ingredienti biologici, acquistare vini e cibi provenienti da piccole aziende dei dintorni selezionati con estrema cura o farsi preparare un plateau di meravigliosi formaggi francesi artigianali da portarsi a casa. 
Come se tutto ciò non bastasse a farne una tappa obbligata, qui è possibile trovare una selezione di cosmetici di stretta osservanza ayurvedica, prodotti per la pelle e i capelli realizzati con oli essenziali e ingredienti naturali così gratificanti ed efficaci da conquistare anche una consumatrice accanita di petrolati quale io sono.
I proprietari di questo rifugio dal caos giornaliero sono persone competenti, gentili e disponibili, con le quali si può parlare di tutto in un clima rilassato e amichevole. Hanno impiegato anni di lavoro e ricerca per distillare questa filosofia e il risultato è davvero degno di nota. 

Conoscono la mia natura epicurea e sanno che la superba giardiniera che acquisto lì accompagnerà un piatto di carne, ma non hanno mai tentato di terrorizzarmi con fosche descrizioni di mattatoi e se non ci provano non è per puro istinto di marketing: loro offrono un'alternativa di alto livello qualitativo e lo fanno sorridendo. Semplicemente.
Se lo desiderate possono illustrarvi da dove sono partiti e perché.
So che in questo periodo stanno lavorando a un progetto di cena ad personam nuovo e molto interessante. Invito tutti a dare una sbirciatina, anche nella pagina facebook che porta il loro nome. Ne vale assolutamente la pena. 



lunedì 20 maggio 2013

Il grande Gatsby

Leonardo Di Caprio


Baz Luhrmann ha mancato il bersaglio.

La grande, magnifica figura del sognatore romantico è assente dal suo caravanserraglio tridimensionale.
Nella tragica vita di Gatsby c'è una sfumatura di dolore inestirpabile e Leonardo Di Caprio esibisce spesso un cipiglio che mal si accorda a tanta pena.
Ammirato in altri ruoli, nonostante non mi sia simpatico, qui l'attore non riesce a commuovere e non convince. Neppure per un minuto è Jay Gatsby.
Quanto a Carey Mulligan, un bel profilo non basta a rendere l'egoismo, la fatuità, il temperamento isterico sottopelle, quelle caratteristiche cioè che da sole spingono un uomo nel baratro dell'amour fou. 
La sua Daisy è piatta e i primi piani mostrano una donna solo bella, ma lontanissima da quel fascino mortale che il personaggio deve esercitare sul protagonista e sul pubblico.
La famosa scena delle camicie, che dovrebbe essere carica di pathos, è gettata via e il suo incontro con Gatsby, a casa del cugino, non trasmette alcun brivido, per non parlare della sequenza al Plaza: imbarazzante. 
Molto meglio se la cava Elizabeth Debicki nella parte di Jordan Baker, bellissimo giunco annoiato e degna rappresentante del vuoto assoluto di idee e valori che regna nel suo ambiente. 
Quanto a Tobey Maguire, il suo Nick Carraway arriva alla sufficienza, ma in certi momenti ricorda troppo da vicino il protagonista di Moulin Rouge (al quale il regista fa un omaggio forse inconsapevole). Certo non lo aiuta l'atmosfera da baraccone in cui si muove per la maggior parte del tempo. 
Joel Edgerton è il volgare marito di Daisy e si vorrebbe venisse da una delle grandi famiglie americane... Se poi fosse nato nei bassifondi chissà come si sarebbe portato, visto che si siede a cena con gli stessi abiti da giocatore di polo con i quali è sceso da cavallo. 

L'America dei Roaring Twenties di F.S. Fitzgerald viene trasformata da Luhrmann in una festa mascherata, che si potrebbe tenere in una discoteca di Rimini in agosto e, in effetti, la musica è quella lì. Tutti gli stereotipi del periodo sono rappresentati sfarzosamente ma il tutto si esaurisce in un'orgia di colori e suoni. Creare un prodotto inutilmente patinato da uno dei capolavori della letteratura del XXº secolo non era facile (e nemmeno auspicabile) ma questo è il risultato ottenuto. 

Dopo il fiasco del tedioso Australia, Luhrmann continua in una parabola discendente che pare inarrestabile.
Dove è finita l'ispirazione che ci aveva fatto tutti quanti innamorare di Satine? 

lunedì 29 aprile 2013

Viaggio Sola

Margherita Buy


Ieri sera ho assistito a un piccolissimo miracolo.
Ho visto un film italiano in cui una quarantenne senza marito e senza figli non viene dipinta come una nevrotica depressa sull'orlo del suicidio, ma come una donna equilibrata e felice, che ha compiuto una scelta di vita e la porta avanti senza proclami, senza isteria, senza manifesti post femministi. 
Artefice dell'avvenimento è Maria Sole Tognazzi con il suo Viaggio sola.  

Margherita Buy è Irene, di professione ospite a sorpresa in hotel di lusso e resort esclusivi, incaricata di valutare gli standard di qualità con occhio inflessibile.
Della sua vita privata sappiamo poche cose: c'è Silvia (Fabrizia Sacchi), una sorella sposata e madre di due figlie e c'è Andrea (Stefano Accorsi) un ex fidanzato con cui ha un bel rapporto di amicizia complice.
A Irene piace la propria vita ma ascolta con molta pazienza le prediche della nevrotica sorella, che la vorrebbe sistemata come lei in un matrimonio tutto noia e niente sesso: va detto che se ti sei sposata con uno che ha la verve di Gian Marco Tognazzi, forse è inevitabile...
Andrea è anche lui un quarantenne single e senza prole, a cui però nessuno fa prediche e che si trova all'improvviso coinvolto in una relazione complicata...
A mescolare le carte arriva un personaggio fuori dagli schemi (un cameo dell'attrice Lesley Manville) che indurrà Irene a riflettere sul significato della bella e desueta parola intimità.

Questi gli ingredienti principali di una storia che esce dallo stereotipo corrente in cui la famiglia viene proposta come unica soluzione per raggiungere la felicità. 
Tognazzi è perfetto nella parte del marito a cui avveleneresti il caffè e Accorsi, sempre molto uguale a se stesso, rappresenta bene quell'indeterminatezza del maschio attuale, sempre indeciso tra adolescenza e machismo.
La Buy smette i toni costantemente esagitati che caratterizzano i suoi personaggi e ci regala una donna normale, che ha consapevolmente messo la propria libertà, quella che altri definiscono egoismo, al centro delle proprie scelte.
La metafora del viaggio e dell'altrove, espediente comune nel cinema, viene qui utilizzata per rappresentare l'Io della protagonista che non è in fuga da qualcosa, ma che desidera un'esistenza sospesa, eternamente mobile, che non si cura del futuro e che trova nelle maestà delle montagne e nei bazaar marocchini quella leggerezza che tante, troppe vite hanno smarrito nelle pastoie borghesi di un percorso «come si deve».
È un piccolo film, ma in un momento storico di recessione barbarica, nel quale le donne vengono mostrate secondo l'antico modello o madre o puttana,  forse se ne sentiva il bisogno.


domenica 28 aprile 2013

Nella Casa




Allen, Bergman, Hitchcock.
Sono questi i primi nomi che vengono in mente guardando l'ultima fatica di François Ozon. 
È infatti ricco di rimandi e citazioni, dedicati ai tre mostri sacri, questo bel film scritto dallo stesso regista e ispirato al lavoro teatrale El chico de la última fila, dello spagnolo Juan Mayorga.
In bilico tra thriller psicologico e commedia grottesca, è la storia di un rapporto pericoloso tra professore ed allievo, dove gli equilibri di potere tra mentore e discepolo si perdono fino a capovolgersi completamente. 
Fabrice Luchini, (già interprete per Ozon del delizioso Potiche) è Germain, un professore di letteratura che ha dovuto rinunciare alla carriera di scrittore per mancanza di talento.
Ernst Umhauer è Claude, uno studente che viene dalla periferia, con uno spiccato istinto per l'affabulazione. 
L'incontro tra i due mette in moto una partita a scacchi eccitante quanto rischiosa.
Claude desidera introdursi nella casa e nella vita del suo compagno Rapha (Bastien Ughetto) per assaporare le dolcezze della vita borghese ma soprattutto per poter incontrare la bella madre di lui: per riuscirci, si offre di aiutare Rapha con lo studio della matematica. 
Quando Germain chiede ai ragazzi di descrivere in un tema il loro ultimo weekend, Claude narra della sua prima visita a Rapha e lo fa così bene da catturare immediatamente l'interesse del professore e di sua moglie Jeanne, una gallerista che deve fare i conti con la crisi, interpretata da una Kristin Scott Thomas algida e allenianamente  nevrotica. 
Nella parte della musa di Eros troviamo Emmanuelle Seigner, più florida del solito e molto a proprio agio nel rappresentare la moglie annoiata e pronta alla schermaglia (vera o immaginata?) con il diabolico adolescente.

Intorno al quartetto in viaggio verso le rispettive perdizioni si muovono gli altri personaggi e tutto il meccanismo funziona in un crescendo rossiniano di realtà, proiezione, onirico e fantasia dove Thanatos è solo un gioco.
I piani di lettura sono molteplici ed è il background dello spettatore che sceglie cosa vedere nel rapporto tra arte, creatività, passato e presente nelle opere della galleria (uno degli spunti satirici meglio riusciti), piuttosto che nella letteratura ottocentesca o nella realizzazione di un film.
Quando Germain appare fisicamente in una scena che è frutto della sua immaginazione il fantasma di Bergman sorride nella penombra e possiamo immaginare la sorniona soddisfazione di Hitch per il sincero tributo al suo capolavoro La finestra sul cortile. 
Quanto ad Allen e al suo Match Point pensiero, non è il caso di rovinare la sorpresa... 
Fabrice Luchini si conferma l'attore più interessante del panorama francese. Il suo professore, frustrato dall'insuccesso del suo unico libro, che riversa sull'allievo (il figlio desiderato e mai avuto) le proprie ambizioni di scrittore, è una rappresentazione paradigmatica dell'uomo in cerca di quel riscatto che il giovane e disincantato Claude non potrà né vorrà portare a compimento. 

La domanda che Ozon sembra farsi (e farci) potrebbe essere: serve qualcuno per manipolarci o siamo già le vittime predestinate delle nostre ossessioni? 

  

venerdì 29 marzo 2013

La Frode

Richard Gere


Nessuna azione è priva di conseguenze.
Occorre essere pronti a pagare il prezzo dei propri errori.
Non sempre il castigo che segue al delitto è quello che ci si aspetterebbe.

La Frode, scritto e diretto dal trentatreenne Nicholas Jarecki, è un thriller ambientato nelle atmosfere ovattate dell'alta finanza newyorchese.
In quel mondo patinato e perfetto, dove filantropia e cupidigia convivono sotto lo stesso trench, non ci sono innocenti e tutti perseguono un fine, senza curarsi di quanto sia ignobile il mezzo per arrivarci.

Richard Gere è Robert Miller, un tycoon all'apice del successo, che ha un'invidiabile famiglia, immensi privilegi e un'amante francese, bella e cocainomane: nella settimana del suo sessantesimo compleanno, durante un'importante transazione d'affari, il Fato cambierà per sempre la sua vita.
Tim Roth è un poliziotto ambizioso e sarà lo strumento di cui si servirà il Destino per rimescolare le carte.
Susan Sarandon è una moglie tradita che coglierà l'irripetibile occasione offertale dal Caso.
Laetitia Casta è la donna nel posto sbagliato al momento sbagliato (e vittima in primo luogo di un doppiaggio atroce).

Narrato come una moderna parabola, il film è asciutto e in certi momenti rimanda a Wall Street di Oliver Stone, con le stesse luci fredde e le riprese campo lungo/controcampo.
Richard Gere è bravo, anzi molto bravo e presumo abbia in soffitta un ritratto che si deteriora al suo posto. La maturità dona al suo aspetto e anche alla sua recitazione, tempo dieci anni e potrebbe stupirci con un Oscar.
Roth ricalca la propria interpretazione nella serie Lie to me ma riesce comunque a creare un personaggio respingente e per il quale non si tifa.
La Sarandon si diverte a fare la donna sofisticata e paziente che in silenzio tesse la sua tela mentre madamoiselle Casta, nella parte della fanciulla nevrotica e sensuale, si limita ad essere molto decorativa, dimenticandosi che un film non è un servizio di moda.
In questo gruppo rintrecciato c'è una terza donna: è Brooke, figlia di Robert e sua socia in affari, ben interpretata da una strabica fascinosa, Brit Marling.

La Frode spinge lo spettatore a riflettere sui temi della colpa, del tradimento, dell'innocenza e della verità: essendo defunti Pollack, Hitchcock, Bergman e anche Truffaut, non credo si possa chiedere molto di più al cinema d'oggi. 




venerdì 22 marzo 2013

Uomini da Evitare come il Botox (Parte III)



«Per abolire la prostituzione bisognerebbe abolire gli uomini»  Maria Teresa d'Asburgo

Qui siamo nel campo della pandemia e a questa categoria maschile è praticamente impossibile sfuggire, prima o poi arriva nella vita di tutte...

L'estimatore della peripatetica

La totalità delle signore giura che no, il proprio fidanzato/marito/amante non lo fa e la quasi totalità delle signore sbaglia, sapendo più o meno consciamente di sbagliare.

Il fascino della professionista è universale, eterno, ancestrale.
Ella tranquillizza il fragile ego degli XY come nient'altro al mondo perché nulla chiede, nulla pretende, tutto concede (contro giusta mercede) e per di più adula e blandisce.
Quale moglie/compagna/fidanzata può garantire altrettanto in qualunque momento?

Anni fa, dopo una love story finita a coltellate, frequentai sotto mentite spoglie un forum di escortisti.
Mi si aprì un mondo sconosciuto.
Scoprii che in giro c'erano uomini dai 18 ai 70 anni e oltre che descrivevano con maniacale precisione le prestazioni delle fanciulle in catalogo, con tanto di voti nelle varie sezioni e scambi di opinioni e consigli.
Erano studenti, impiegati, liberi professionisti, pensionati e perfino disoccupati (con cosa pagassero non si sa, visto che le signore in questione non fanno mai credito).
La cosa più stupefacente non era la trasversalità della pratica, (in gran parte si trattava di uomini con relazioni stabili, mogli, figli, nipoti), bensì l'aria di assoluta normalità e quotidianità che si respirava nelle alate conversazioni.
Nessun rimorso, nessun senso di colpa, nessuna preoccupazione per la salute della partner ufficiale da parte di uomini disposti a spendere 100 euro in più per avere rapporti non protetti.
Mi sforzai di capire cosa ci fosse dietro questo universo.
L'epoca nella quale le «brave ragazze» si mantenevano illibate per il marito e l'iniziazione sessuale maschile doveva passare dai bordelli era finita da 60 anni... Che cosa non era cambiato nel frattempo?
Il risultato delle mie indagini fu il seguente: gli usi e i costumi sessuali delle donne non hanno la minima importanza per gli uomini.
Semplicemente, loro cambiano per il gusto di cambiare e prediligono le prostitute perché con loro possono sentirsi uomini veri e possono esercitare un predominio assoluto e incontrastato a un costo ragionevole.
Bionda, bruna, rossa, alta, magra, formosa, efebica, giovane, matura, brasiliana, estone, cinese... Come la fiorentina dal macellaio, ogni volta tagliata secondo necessità. 
Ti attira una ragazza che porta la settima di reggiseno? Voilà! 
Oggi ti punge vaghezza della nordica alta 185 cm? Nessun problema. Mano al portafoglio e via, basta trovare una scusa con la legittima e fare attenzione alle tracce di DNA.

Ma analizziamo più da vicino il fenomeno.
Una escort (a differenza di una fidanzata) apprezza i tempi brevi o brevissimi di una prestazione sessuale, e un cliente disposto a sborsare centinaia di euro per un paio d'ore fatte soprattutto di chiacchiere, è una gallina dalle uova d'oro. 
Se le misure vitali del cliente sono modeste la signorina anziché risentirsi apprezza, poiché così non si stropiccia troppo la mercanzia. 
Una bella di giorno non si lamenta dell'aspetto fisico del cliente e per quanto lui possa risultare repellente, lei sorride stoica, pensando al fee.
Una professionista che si rispetti è sempre perfettamente in linea con i desideri dell'utenza e se piace a vossignoria può diventare qualunque cosa, dalla bambina con le treccine e l'orsacchiotto alla mistress con stivaloni e frustino, a volte nello stesso pomeriggio.
Una call girl non va conquistata, affascinata, intrigata: si mettono i soldi sul comodino e da quel momento qualunque sciocchezza esca dalla bocca del cliente viene trattata come l'oracolo di Delfi.
Quello che gli uomini preferiscono ignorare è che le mondane (in questo del tutto simili alle borghesi «perbene») sparlano senza pietà e non potrò mai dimenticare le risate che mi feci al telefono con una di loro che avevo contattato con una scusa.
Era una ex studentessa universitaria dotata di un sense of humour al vetriolo, che mi aveva divertita fino alle lacrime con le descrizioni di certi incontri (corredate ovviamente di nomi e cognomi, perché vorremo mica credere che siano anche discrete).
Diceva che gran parte dei suoi clienti, disposti a sganciare 1000 euro per averla una notte intera, erano dei patetici uomini di mezz'età dalla virilità discutibile, che si illudevano di procurarle fantastici orgasmi e che lei faceva costantemente sentire come dei superdotati stalloni, a cui avrebbe concesso i suoi favori anche senza regalie. Aggiungeva, con un filo di cinismo, che sicuramente le loro mogli si consolavano da tanta inadeguatezza con il maestro di tennis venticinquenne. Gratis. 
Le avevo chiesto cosa l'avesse spinta a scegliere questo business fra i tanti e la sua risposta era stata disarmante: «Le donne fanno del sesso mediocre e quando hanno finito devono rassettare la casa, far fare i compiti ai figli, correre al lavoro, per di più facendo attenzione a non sbattere le corna contro il soffitto. Io faccio del sesso mediocre e fra cinque anni avrò abbastanza denaro per trasferirmi all'estero e vivere quasi di rendita.»


Nota del redattore:
Le questioni etiche di questo argomento vastissimo e per certi aspetti molto doloroso, sono state qui volutamente ignorate.
Sono conscia che la sensibilità di alcune lettrici potrebbe esserne urtata, e me ne scuso. 




domenica 10 marzo 2013

Una Guerra Senza Vincitori





Nella settimana in cui il Presidente Barack Obama ha firmato il Violence Against Women Act, il periodico Internazionale ha dedicato la copertina alla piaga globale della violenza contro le donne. Rebecca Solnit, scrittrice statunitense di cui la casa editrice Fandango ha tradotto e pubblicato nel 2009 Un paradiso all'inferno, ci regala una panoramica agghiacciante sulla condizione femminile del XXIº secolo.
«In tutto il mondo le donne tra i quindici e i quarantaquattro anni hanno più probabilità di essere menomate o uccise dalla violenza maschile che dal cancro, la malaria, la guerra e gli incidenti automobilistici messi assieme». Sono le parole di Nicholas D. Kristof, giornalista del New York Times, due volte vincitore del Premio Pulitzer nonché una delle poche firme importanti ad occuparsi della questione.
Dagli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, all'India, all'Egitto, alla Cina gli stupri e gli omicidi di donne dall'infanzia all'età adulta si sono moltiplicati nell'indifferenza generale.
Gli organi di informazione si occupano soltanto dei casi più eclatanti o morbosi, lasciando cadere nel silenzio il destino di milioni di donne percosse, violentate e uccise spesso tra le pareti domestiche dai loro mariti, fidanzati o ex.
Negli USA ogni 6 minuti viene denunciato uno stupro, ogni nove secondi una donna viene picchiata e si calcola che le aggressioni siano due milioni all'anno (le ferite così riportate sono la prima causa di ricovero ospedaliero per mezzo milione di donne). Nel corso della propria vita una donna su cinque è vittima di una violenza o di un tentato stupro.
Nelle forze armate americane le soldatesse durante le missioni all'estero sono in balìa dei colleghi e dei superiori, spesso senza via di scampo quando si trovano a bordo delle unità navali. 
In India il fenomeno è endemico, ma se ne parla solo quando uno stupro di gruppo ai danni di una ragazzina su un autobus gremito fa aumentare lo share al telegiornale del prime time, perché la vittima è morta.
Nelle proteste di piazza in Egitto le giovani vengono circondate da gruppi di uomini, denudate e abusate sotto gli occhi di tutti, mentre a pochi metri di distanza si chiedono a gran voce giustizia e libertà.
In Inghilterra su 78.000 stupri stimati ogni anno ne vengono denunciati 16.000 (appena il 20%). Le donne tacciono per la paura di ritorsioni, per tutelare familiari e amici, perché ricevono pressioni esterne, perché temono una sentenza negativa, perché vogliono dimenticare.
In totale le condanne arrivano a poco più di mille l'anno.
Questo significa che nelle strade circolano liberamente migliaia di uomini violenti che purtroppo non sono riconoscibili da lontano.
Nel 2012 in Argentina, un paese che ha ancora una forte impronta patriarcale, gli omicidi di genere all'interno della famiglia sono stati cinque alla settimana. Una carneficina.
In Italia non va meglio, qui il delitto d'onore è un ricordo ancora fresco, il matrimonio riparatore una pratica di cui tutti abbiamo memoria e la legge che ha definitivamente archiviato il famigerato Codice Rocco, modificando il reato di stupro da delitto contro la morale pubblica a delitto contro la persona, è del 1996.
Leggi insufficienti, condanne lievi, nessuna protezione per le vittime, discriminazione sul posto di lavoro e soprattutto una assoluta mancanza di cultura del rispetto della donna fin dall'infanzia, hanno portato ad una situazione di emergenza mondiale.
L'inchiesta di Rebecca Solnit occupa 10 pagine, scritte volutamente con un linguaggio crudo, perché è ora di smetterla di usare eufemismi per descrivere la violenza, perché dobbiamo farla finita con la politica del controllo del corpo e della vita delle donne.
Essere abbordata per la strada da un uomo che crede di avere il diritto di accoltellarti a morte perché si sente respinto non è un problema delle donne. È un problema di diritti umani, di diritti civili, un'ingiustizia che ci riguarda tutti. 
Solnit fa una riflessione importante: i matrimoni gay sono ferocemente osteggiati dai conservatori per un unico motivo... si tratta di un'unione tra pari senza ruoli prestabiliti. 
I movimenti femministi sono visti come un tentativo di sottrarre agli uomini potere e privilegi, come se potesse esserci solo un vincitore.
In quanti Paesi lo stupro coniugale non è reato? 
Il Presidente Obama ha fatto un passo importante in questa direzione e il primo dovere degli uomini e delle donne che non vogliono chiudere gli occhi davanti a questa tragedia è quello di parlarne: ai bambini e alle bambine. 
Al primo spintone all'asilo, alla prima attenzione non richiesta al liceo, le ragazze devono sapere, senza se e senza ma che nessuno, mai, in nessun luogo e per nessuna ragione ha il diritto di accampare pretese sul nostro corpo e sulla nostra volontà.  
Senza questa consapevolezza non possono esserci libertà e giustizia. Per nessuno di noi.